Il sogno americano

Nel numero di Eureka di gennaio vi invitiamo a tenere sempre d’occhio ciò che succede oltreoceano con l’inizio del mandato di Donald Trump; il suo operato si rifletterà inevitabilmente anche sull’ Europa, non solo dal punto di vista politico ma specialmente da quello ideologico…
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Alla luce dell’elezione del nuovo presidente americano, Donald Trump, la voce più diffusa, che circola sui giornali e si sente in televisione, è questa: “ crisi della democrazia e progressiva affermazione di leader e movimenti populisti”. Che si proponga come forza “terza” in un contesto bipartitico, che riesca a proliferare all’interno di un partito con una storia secolare, che si presenti sotto le spoglie di un movimento di estrema destra, il populismo è la fiaccola reazionaria che ha incendiato il mondo. I suoi portatori sono chiamati democratori, eletti dal popolo, aspirano a svuotare di senso ogni forma di mediazione democratica e governare come autocrati per il bene del popolo. Sul continente euroasiatico i loro nomi sono sotto gli occhi di tutti: Putin, Erdogan, Orban con i nuovi Marine Le Pen, Matteo Salvini, Beppe Grillo, Nigele Farage. I loro discorsi si somigliano, le loro strategie non sono nuove ma recuperano un passato tristemente famoso per il Vecchio Continente. Trasformano una rabbia sociale, la disperazione di tanti, il loro malcontento verso “l’élite” al potere in voti elettorali. Così si è mosso pure il settantenne neopresidente americano, Donald Trump, sull’altra sponda dell’Atlantico, importando senza pagar pedaggio, lui fervente protezionista, le parole di comando dei suoi fratelli europei. Presentatosi come candidato del Grand Old Party alla corsa presidenziale ha battuto Hillary Clinton, candidata democratica. I suoi messaggi durante la campagna elettorale sono stati chiari. Inequivocabili i punti del suo programma. E l’otto novembre milioni di persone hanno fatto il suo nome ed è stato eletto. La mattina dell’otto novembre il corpo elettorale americano, testa, pancia, gambe, braccia, si è alzato ed è andato a votare.

“We the people of the United States” sono le prime parole della Carta Costituzionale americana. Rimandano all’idea cardine di democrazia e ad un concetto essenziale per uno Stato federale, ossia l’unione. Centro della cultura americana, lo stato dell’unione è il tema su cui a ridosso delle presidenziali i presidenti sono soliti tenere un discorso. “The state of the union is strong”, semplificando, è il messaggio che tentano di far veicolare. Così non sorprende che Donald Trump, dopo una campagna violenta, infarcita di offese, si presenti ai microfoni e nel suo victory speech prima si congratuli con Hilary Clinton e poi dichiari di volere essere il presidente di tutti gli americani. L’unione, quindi, prima di tutto. Quell’unione che sembra mancare ai due corridori che ora si passeranno il testimone nel gioco a staffetta che lega un presidente al suo successore, come scrive Obama nella sua “Lettera per il mio successore” tradotta su Repubblica l’otto ottobre dell’anno scorso. Infatti se l’uno ha seguito una strada, bisogna star certi che l’altro, da quanto annunciato, sceglierà quell’opposta. In quell’intervento il presidente uscente dichiarava che il capitalismo si era rivelato un ottimo vettore di prosperità, e che il recupero del dinamismo economico doveva andare di pari passo con la diminuzione delle disuguaglianze sociali, perché l’uno dipende dall’altro. Questi sono stati i propositi che durante il suo mandato ha cercato di realizzare, senza il rigetto della tanto vituperata globalizzazione, della crescita tecnologica, e con l’impegno di rispettare gli accordi sull’ambiente.

“Make America great again”, fare grande di nuovo l’America, americani inclusi. Questa, in sintesi, la promessa elettorale di Donald Trump. In questi giorni le sue mosse sono state quelle di richiamare sul suolo patrio quelle multinazionali che avevano scelto di delocalizzare in Messico o altrove. Con la promessa di sgravi fiscali ha dato avvio alle prime misure di quella che sarà una politica protezionistica, volta a difendere aziende americane e a creare nuovi posti di lavoro per gli americani. Dunque, come promesso, “America first”. Per questo è stato votato, per questo milioni di persone hanno fatto il suo nome. Per decidere sul proprio futuro, come otto anni prima, come fra otto anni, il popolo americano quella mattina, con gli occhi ancora pesanti di sonno, è andato a votare. Quello stesso popolo che si è dato una Costituzione. Quel popolo che, tra le sirene del populismo e quelle sempre più deboli della democrazia , ha votato per realizzare il proprio sogno americano. Tutto secondo la norma e la prassi di un paese moderno. Intanto la voce più diffusa, che circola sui giornali e si sente in televisione, è questa: “crisi della democrazia e progressiva affermazione di leader e movimenti populisti”.

 

Autore: Salvatore Romano
Il numero completo di Eureka disponibile qui:  https://issuu.com/brugio60/docs/06-17.15