Le istituzioni possono cambiare

Con il terzo articolo del numero di Eureka di gennaio ci distacchiamo un attimo dall’ analisi dell’anno che sta affrontando l’europa per dedicare una breve riflessione a quello che ci ha comunicato veramente il referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, e non dal classico punto di vista legislativo…
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Lo diciamo subito, senza fraintendimenti: questo è un articolo fuori tema. Giusto per accorgercene prima di quei bei testi che scrivevi alle superiori per poi renderti conto, quando ormai eri alla conclusione, che eri andato troppo lontano. Questa volta, il tema era una riflessione da un punto di vista europeo sul post referendum costituzionale italiano, ma lo spunto che questo ci offre è troppo ghiotto per lasciarcelo scappare.

E quale diavolo sarà mai lo spunto? Uno dei triti e ritriti argomenti del dibattito sulla riforma sentiti dieci, cento, mille volte? No, lo spunto viene da una considerazione molto più originale: il quesito posto agli elettori ha toccato un aspetto quasi sempre trascurato nel dibattito politico: le istituzioni possono cambiare. È stata sottoposta al vaglio dei cittadini una proposta di modifica delle istituzioni statali e dei loro rapporti. E, a pensarci bene, può sembrare incredibile, perché, quando si discute dell’attualità politica, si assume in fondo sempre lo stesso punto di vista. Si dànno per scontate le istituzioni esistenti e, sopra questo scenario, si analizzano i processi in atto. Per cui, in un periodo, possono prevalere i conservatori, poi arriva una ventata di socialdemocrazia e ora tirano la corda le forze chiamate populiste; però si pensa che lo Stato nazionale italiano ci sarà sempre, sempre ci sarà lo Stato nazionale francese e così anche la monarchia britannica, e dunque si pensa anche che solo all’interno di questi Stati si potranno verificare dei processi politici.

E dire che questo modo di ragionare porta a commettere talvolta degli svarioni storici mica da scherzo. Si arriva così ad affermare che la nazione italiana (o qualsiasi altra nazione) in fondo è sempre esistita. “Sì, la Repubblica ci sarà solo da una settantina d’anni e l’unità d’Italia l’avremo pure avuta solo nel 1861, però dài, era scritto nella storia che ci saremmo uniti prima o poi. Già Dante e Petrarca si sentivano italiani…” Cosa? Dante italiano? Non scherziamo. Dante si pronunciò fiorentino, si professò cristiano, ma mai scrisse che gli allora Comuni della penisola italica avrebbero dovuto formare un unico Stato. Non facciamoci certo ingannare dall’”Ahi, serva Italia”… L’identità nazionale, alla base degli Stati nazionali europei di oggi, è invece un fenomeno molto recente, che ha una sua data di nascita più o meno ufficiale nella Rivoluzione francese, ma ha impiegato almeno altri cent’anni per affermarsi compiutamente. Le istituzioni attuali, dunque, non sono affatto perenni; sono anzi in perenne evoluzione. Basti pensare che non molti anni fa uno storico come Eric Hobsbawm parlava di un periodo post-nazionale, mentre oggi sembra riprendere vigore il nazionalismo.

Per chiudere il nostro articolo fuori tema, ci abbandoniamo a un’ultima considerazione. C’è un fenomeno storico degli ultimi settant’anni che sovverte questa diffusa analisi basata sui processi mutevoli in un contesto di istituzioni stabili, in quanto è un processo stabile che ha istituzioni mutevoli. È il processo dell’integrazione europea, che ha visto istituzioni in evoluzione, dalla Ceca, alla Cee, all’Ue, ma un processo stabile con un obiettivo definito, la “Federazione europea” della dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 che diede vita alla Ceca, l’”unione sempre più stretta dei popoli europei” del trattato di Lisbona oggi. Insomma, c’è da ripensare a come guardiamo all’attualità e alla storia. Ok, abbiamo divagato abbastanza.

 

Autore: Gianluca Bonato
Il numero completo di Eureka disponibile qui:  https://issuu.com/brugio60/docs/06-17.15