La nascita dell’ Europa

Nel numero di Eureka di novembre (https://issuu.com/brugio60/docs/05-16.11) Pierfrancesco Bettini ci racconta della nascita dell’ Europa a seguito delle conclusioni tratte dall’ incontro del 25 ottobre dal tema “Perchè l’Europa unita ieri e oggi?”, discutendo del processo dell’integrazione europea.

 

Quando si utilizza il termine integrazione in ambito europeo, sarebbe importante tenere conto delle svariate sfumature ad esso connesse, cariche di molteplici significati e contenuti.
Valutiamo ancor oggi l’integrazione non come uno stato, una situazione, ma come un processo in lento divenire, non senza battute d’arresto e notevoli accelerazioni e allo stesso tempo come fine, più o meno lontano, di tale tensione.
Un processo dunque vario ed estremamente complesso per il concorso di numerosi elementi: il suo stesso manifestarsi nella concretezza della realtà fattuale; la peculiarità del protagonista, il continente Europa; l’interazione e l’analisi approfondita dei fattori coinvolti.
Tra i vari fattori risulta difficile ignorare il percorso storico del “Vecchio Continente”, un continuum variegato dotato di una realtà segnata da guerre, stravolgimenti, tensioni e accordi tra differenti protagonisti che dialoga con una componente culturale caratterizzata da dinamiche e peculiarità proprie: la quotidianità del vissuto, le imprese, gli avvenimenti, gli ideali, le correnti di pensiero, le scelte dei singoli, dei gruppi e dei popoli.
Tale storia ha origine agli albori della civiltà e, in un contesto geografico piuttosto ristretto, ha visto affermarsi realtà differenti che hanno condotto a formazioni statali sempre più moderne dotate di una propria sovranità.
E’ da sottolineare che la competizione tra le varie sovranità nazionali si è concentrata costantemente nell’approvvigionamento di risorse e materie prime sul suolo d’Europa, senza tralasciare una conquista che sfondava in modo centrifugo gli angusti limiti geografici delle colonne d’Ercole. Un Vecchio Continente quindi frammentato per interessi e strategie, coeso invece grazie agli elementi culturali e religiosi che ci permettono di parlare d’Europa.
Questi Stati hanno assistito al progressivo sgretolarsi della loro fierezza per la posizione di preminenza internazionale alla fine del periodo da alcuni denominato “guerra civile europea”, comprendente entrambi i conflitti mondiali: la situazione alla fine degli anni ’40 è peculiare, pesante, le due nuove superpotenze, USA e URSS, vantano la supremazia economica, militare e politica sulle macerie di un’Europa annientata dalla guerra, ma capace, come spesso in passato, di alzare la testa.
E così, un vecchio continente si affaccia su un nuovo continente e ne insegue il progetto, all’epoca ancora informe, forgiato negli anni tramite l’attenta valutazione degli eventi e una visione sempre più intenta a strapparsi la benda ormai pesante delle valutazioni a breve termine e del conflitto come metodo risolutivo: un processo complesso, anche considerando gli equilibri geopolitici di allora, le rivendicazioni, le rivalità, le condizioni innescate, affievolite o esasperate dal conflitto mondiale, e che continua fino ad ora.
Nel suo realizzarsi e nel suo concretizzarsi, questa dinamica ha dovuto confrontarsi con realtà nazionali e internazionali e ha risentito dei vari quadri socio-economici e politici in costante evoluzione negli ultimi sessanta anni. L’evolversi degli accordi tra Stati, il prevalere di varie correnti d’azione, riflettevano dinamiche rivolte al contesto ad ampio respiro cui questa nuova formazione europea tendeva e aspirava. Si rese chiaro, progressivamente, il tentativo di inserirsi come soggetto attivo all’interno di equilibri e decisioni mondiali. Infatti, la Comunità europea si configurava nel 1986, dopo l’ingresso di Spagna e Portogallo, come il più grande tra i Paesi industrializzati, contando 320 milioni di abitanti.
Dunque è evidente che già agli albori il processo di integrazione avvenne per piccoli passi, senza un progetto delineato riguardo agli sviluppi futuri ma a volte legato alle congiunture storiche, al panorama internazionale e a dinamiche intraeuropee. Già fu un notevole avanzamento nel 1951 la costituzione della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), organismo cui aderirono Italia, Germania di Adenauer, Francia e Benelux che prevedeva l’inizio di una collaborazione in ambito economico, per un controllo europeo dell’industria carbo-siderurgica e che derivava dalla dichiarazione del 9 maggio 1950, legata ai nomi di Schuman e Monnet.

Tuttavia, la cooperazione tra gli Stati membri fu caratterizzata non sempre da unità di intenti, ma pure da una difformità di correnti e di strategie d’azione tra i pensatori europei. Riguardo a quest’ultimo punto infatti si considera il variegato sostrato teorico, variamente espresso e organizzato nel suo concreto realizzarsi per la costruzione di un progetto europeo il più possibile condiviso e favorevole alle necessità e peculiarità delle regioni. Esso affonda le radici nel pensiero europeo, principalmente in quelle costruzioni filosofiche volte a valorizzare accordi contrattuali tra Stati per il raggiungimento di un fine comune e alto, come per Kant l’eliminazione dei conflitti e la pace condivisa, conseguibili tramite il solo pactum societatis, slegato dal pactum subiectionis a cui invece era saldamente unito nella visione giusnaturalistica della formazione della singola entità statale.
Dunque con il tempo il confronto si imperniò attorno due tendenze: federalista e funzionalista.
I fautori della prima, tra cui i connazionali Altiero Spinelli, fondatore del Movimento federalista europeo (MFE) nel 1943 a partire dal “manifesto di Ventotene” da lui redatto insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e Luigi Einaudi, teorizzavano una forte ed inarrestabile decadenza degli Stati nazionali, resa esplicita dalla dicotomia tra un metodo di produzione sempre più tendente a entità statali continentali e le dimensioni anguste degli Stati nazionali e concretizzatasi nel secondo conflitto mondiale, ultimo tentativo di imporsi da parte di questi ultimi. Essi puntavano al raggiungimento di una federazione europea maggiormente slegata dai governi nazionali, un soggetto autonomo, una struttura generale capace di provvedimenti rivolti ad ambiti particolari, autorizzata da un’assemblea costituente europea di rappresentanti del popolo. Dal punto di vista dei risultati pratici ottenuti, tale corrente ottenne un grande successo nel giugno del 1979, con l’elezione diretta del parlamento europeo, nuovo mezzo costituente e promotore dei processi di progressiva istituzionalizzazione e definizione dei compiti della Comunità.

Nonostante ciò, il terreno fertile per il processo di integrazione è stato reso possibile anche tramite accordi preparatori che facevano leva sulla condivisione di obiettivi principalmente in ambito economico. La corrente funzionalista, infatti, che ha come iniziatore David Mitrany, pur condividendo con i federalisti l’obiettivo del superamento delle varie sovranità nazionali, poneva l’accento sullo sviluppo graduale di forme di cooperazione in particolari settori, come quello economico e scientifico. Questo approccio, rispondente alle necessità immediate dei governi, fu quello che caratterizzò la prima fase di integrazione, tramite la formazione delle varie comunità europee, come CECA, l’effimera esperienza della CED, la CEE e l’EURATOM. Queste ultime due, costituitesi nel 1957 a Roma, ebbero notevole importanza come premessa per gli sviluppi successivi. La Comunità economica europea, infatti, proponeva una duplicità di strumenti: “negativi”, come l’eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione di prodotti e di persone; “positivi”, mirati a superare le disparità e ad uno sviluppo congiunto in svariati settori. Entrambi furono rafforzati dal successivo Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987.
Gradualmente, così, contributi importanti e tra loro consequenzialmente collegati nel fluire storico, concorsero alla ricerca di una situazione europea avente come comune denominatore il termine integrazione, nella direzione di coesione economica e di condivisione di mezzi e risorse, strumenti difensivi e piani di crescita e sviluppo, come ribadito nel 1992 con il Trattato di Maastricht. Si pensi oggi alle ricadute importanti e concretamente percepite di un mercato ed una moneta comune, di organi e provvedimenti europei che vincolano e in qualche modo tentano di influenzare le tendenze dei componenti, della libera circolazione senza controlli alle frontiere sostenuta dal trattato di Schengen.
Certamente non ci si trova nella situazione di “nani sulle spalle di giganti” per quanto riguarda il processo di integrazione europea, molto ancora rimane prima di un’Unione europea che abbia effettivamente una forte componente di crescita comune, che renda i propri provvedimenti opportunità e non imposizioni, che si presenti non come peso, ma come risorsa, che sia vicina agli interessi dei cittadini e che voglia tentare di rendere il progetto di integrazione reale, non un’utopia: un dialogo diretto ad obiettivi condivisi, tramite la valorizzazione delle peculiarità e caratteristiche dei Paesi membri, il “consenso costruttivo e il rispetto della libertà” che Alcide De Gasperi suggeriva nel 1952, un sentimento coesivo e un’emozione che sappia valorizzare i termini “unità nella diversità”.