Europa, conosci te stessa

MASSIMO CACCIARI. Il primo luglio di un anno fa, in attesa del referendum greco, Massimo Cacciari scriveva sulle pagine di Repubblica che la Grecia resterà sempre la migliore patria d’Europa. Polemizzava così contro coloro che, in balia di un rigido imperativo economico, erano disposti a sacrificare dall’Europa un piccolo Stato che non rispettava le direttive di politica finanziaria europea.
Un anno dopo, quando l’Europa, almeno sulla carta di un referendum lanciato forse con troppa disinvoltura ai cittadini, perde un pezzo importante del suo mosaico, il sacrificio smuove forse più interessi bancari che le coscienze della classe politica e dei cittadini europei. Infatti chi si limita a constatare le conseguenze dell’uscita del Regno Unito solo dal punto di vista economico-finanziario, e non perde occasione di lanciare una politica separatista di “noi” contro “loro”, dimentica i legami culturali che hanno unito questa splendida isola alla comunità europea. Sempre Cacciari, in vista di un esito simile per la Grecia, si domandava: “la Grecia non assume più per noi alcun rilievo culturale e simbolico?”, “come è spiegabile un simile sradicamento?”. Riporto la sua risposta: “Tra l’ora attuale (noi, i “moderni”!) e la “patria migliore” c’è il suicidio d’Europa attraverso due guerre mondiali. L’oblio dell’Ellade è il segno evidente della fine d’Europa come grande potenza.” Continuava scrivendo che per essere una grande potenza l’Europa si deve dotare tanto di armi politiche ed economiche quanto di una strategia volta alla formazione di una classe dirigente e una cultura egemonica. Rinunciando a questi strumenti, e quindi rinunciando ad una politica di sostegno economico per l’area mediterranea, l’Europa può pensare di dimenticare la Grecia. Adesso, rinunciando al suo ruolo di collettore che la Storia le ha imposto, l’Europa dimentica il Regno Unito, ed è facile affermare che lo dimentica perché prima di tutto dimentica se stessa.

GIOVANNI REALE. Prendendo come spunto di analisi le bozze della Costituzione europea, Giovanni Reale nel 2003 pubblicava un suo volume dal titolo “Radici culturali e spirituali dell’Europa” e dal significativo sottotitolo “Per una rinascita dell’uomo europeo”. Scoperte quelle che erano le mancanze di un documento che riportava in sordina i principi su cui si sarebbe dovuta fondare un’Unione Europea, avvertiva, citando Max Scheler, “mai e in nessun luogo i semplici trattati hanno creato una comunità, al massimo essi la esprimono”. La rinascita di una comunità europea è quindi legata ad una rinascita dell’uomo europeo. Rinascita che può avvenire, scriveva Reale, solo se l’uomo europeo ritorna alle sue radici per conoscere sé stesso. “Conosci te stesso”, l’antico motto socratico, convive con un’idea espressa da Platone nella “Repubblica”, ossia che non sono le Città o gli Stati che formano i cittadini ma, viceversa, gli Stati e le Città nascono prima nelle loro interiorità, nelle loro anime. Da ciò deriva che ogni disordine esterno ha una causa in un disordine interno all’anima, come ogni ordine esterno ne ha una in un ordine interno. Perciò il conoscere sé stessi, e la relativa rinascita di un’identità europea che ne può derivare, comporta la consapevolezza di ciò che deve essere preservato dal logorio del tempo, ciò che non deve essere perduto nell’oblio della Storia.

SATTA, ZWEIG, MORIN. Chi si mosse sull’orlo di questo oblio e vide il pericolo di una patria perduta per sempre è stato Salvatore Satta. In “De profundis” scriveva: “la morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo. Come naufrago che la tempesta ha gettato in un’isola deserta, nella notte profonda che cala lentamente sulla sua solitudine, egli sente infrangersi ad uno ad uno i legami che lo avvincono alla vita, e un problema pauroso, che la presenza viva e operante (anche se male operante) della patria gli impediva di sentire, sorge e giganteggia tra le rovine: il problema dell’esistenza.” Satta scriveva che vi è chi lo risolve con l’azione e chi con la meditazione. L’uomo che medita, concludeva, non fa altro che ricercare sé stesso e fissare l’esperienza della storia. Lo scrittore che sentì altrettanto intensamente il problema dell’esistenza di un simile frangente storico e lo risolse con la meditazione è stato Stefan Zweig.
l suo libro “Il mondo di ieri” è lo scavo archeologico della spiritualità di quella comunità europea che conobbe nella prima metà del XX secolo. Se Satta alzava il suo sguardo sulle macerie di un’Italia distrutta dalla seconda guerra mondiale, se si può dire che Thomas Mann faceva lo stesso in “Doctor Faust” per la Germania, lo spirito di Zweig si dibatteva come un fantasma tra le macerie di un continente che lo aveva educato alla fratellanza, tolleranza, pace di tutti popoli, e che allora, preso nel suo delirio suicida per ben due volte, dimenticava quei figli che lo avevano chiamato “patria”. La storia di Zweig è quella di un vinto, di uno sconfitto consapevole di esserlo. Di fronte al processo della Storia il suo destino è proprio quello del naufrago, come dice Satta. Ma la coscienza che gliene derivava non intaccava una fermezza morale orientata a far propria e assumersi tutta la tragicità di quel destino.
Andiamo incontro al tempo come esso ci cerca” recita la sentenza shakespeariana che fa da epigrafe al libro. Zweig scriveva che è sempre stata la psicologia del vinto ad interessargli, quella superiorità spirituale che nell’ora della sconfitta non solo è in grado di sopportarla ma anche di dominarla, e che si erge a baluardo di una libertà interiore. Scriveva: “nelle mie novelle fu sempre chi cede al destino ad attirarmi, nelle biografie chi è vincitore non nell’ambito del successo, ma esclusivamente in senso morale”. Assumersi la tragicità di quel destino significò per lui quindi tendere tutta la sua energia morale alla preservazione di quella fraternità spirituale europea, quel comune sentire scoperto dietro il volto severo della Storia.
L’esistenza di un comune sentire è ciò che denuncia Edgar Morin, che Giovanni Reale citava nel suo volume, come fattore che, al di là della mancanza di un’unità geografica interna, produce l’originalità dell’Europa. “Niente destinava l’Europa a diventare un’entità storica, eppure lo è diventata.” scrive Morin. Il destino dell’Europa non è stato segnato per sempre dalle guerre mondiali. La sua storia continua. E continua perché legata alla storia e al destino di uomini come Stefan Zweig, di cui si potrebbe dire a suggello di una vita spesa a difendere un valore come la libertà, a testimoniare l’appartenenza ad uno stesso orizzonte culturale di questo scrittore mitteleuropeo del Novecento e quello che T.S. Eliot definì uno dei più grandi poeti dell’Europa, Dante Alighieri, proprio usando dei suoi versi, “libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta”.

DANTE. Concluderei ritornando all’intuizione di Platone sull’origine degli Stati nelle anime dei cittadini, e su chi ne ha dato una profonda reinterpretazione icastica. Ancora Dante Alighieri. Siamo nel XIV canto dell’Inferno, il girone dei violenti contro Dio. Il poeta ha appena lasciato Capaneo, spregiatore di Giove, quando arriva nei pressi di un “piccol fiumicello” di colore rosso sanguigno. Comincia il racconto del mito del Veglio di Creta per bocca di Virgilio. Di quella statua raffigurante un “gran veglio”, un vecchio dalle cui lacrime, che bagnano l’umanità in seguito al peccato originale, nascono i fiumi infernali. La statua è nascosta nel monte Ida, sull’isola di Creta. Dante offre l’immagine della corruzione della storia dell’umanità, di cui la statua ripresa dalla tradizione biblica e con espliciti riferimenti al mito classico ne è il simbolo.
Dante, secondo quella sua penetrante sinteticità, stringe i significanti desunti da quelle due tradizioni in un’immagine, superandole proprio nel momento in cui dona aspetto umano alla fredda statua del sogno di Nabucodonosor, nel momento in cui il mito delle epoche della storia umana di Ovidio diventa reale presenza del male nel mondo in seguito all’entrata dell’uomo nel mondo. Anche se la scena va relativizzata al contesto (siamo nell’inferno e la storia dell’umanità non può che apparire sotto il segno della corruzione), appare tutta l’originalità della poesia di Dante che suggerisce che, in ultima battuta, il male del mondo, nonché la sua corruzione, deve essere assunto come problema personale che riguarda il singolo individuo, volgendo l’idea platonica in chiave cristiana. Perciò anche oggi il grido “Europa, conosci te stessa!” echeggia come un monito dalla buia tromba delle scale della Storia, dove l’uomo europeo dovrà inevitabilmente sostare in silenzio su ogni gradino prima di riconoscersi europeo e vedere la luce.

Salvatore Romano

Trovate il giornalino completo qui: https://issuu.com/brugio60/docs/04-16.07/1