Brexit: il detto/non detto dei trattati

Continua l’analisi del post-Brexit tramite il giornalino Eureka; in questo articolo si parla della negoziazione dei nuovi trattati, nella speranza che l’Europa possa sfruttare l’occasione per dare una risposta federalista.

Quello che nessuno, alla vigilia del referendum britannico, aveva potuto immaginare si è veramente realizzato: il popolo britannico, contro ogni sondaggio, ha scelto di uscire dall’Unione europea. Il divorzio dal progetto di integrazione europea non sarà né veloce né tantomeno indolore. Basti pensare che, all’indomani dello scrutinio, la sterlina è ritornata, nel cambio con il dollaro, ai minimi storici del 1985, compiendo un vero e proprio salto nel vuoto di trent’anni. Quello che resta da capire è come applicare effettivamente la procedura che permetterà al Regno unito di dar seguito alla volontà popolare. Con il primo dicembre 2009, i Trattati europei si sono arricchiti di un nuovo articolo che prevede una vera e propria “Clausola di recesso”, un meccanismo a dir poco lungo e complesso attraverso il quale uno Stato membro può unilateralmente chiedere di uscire dall’Unione, l’art. 50 TUE. Il primo passo che lo Stato deve compiere è una comunicazione al Consiglio europeo (cosa che peraltro David Cameron non ha chiesto al primo Consiglio utile dopo Brexit del 28 giugno scorso); solo dopo cominceranno le trattative con l’Unione atte a definire i successivi rapporti economici (e non solo!) fra le parti. Dopo una necessaria approvazione del Parlamento europeo, la palla passerà allo stesso Consiglio europeo, che avrà il compito di chiudere il rapporto (con una delibera a maggioranza). A questo punto, raggiunto l’accordo, il Paese potrà considerarsi a tutti gli effetti uno Stato terzo rispetto al “Sistema-Unione”. Lo stesso risultato sarà raggiunto se nel termine di due anni dalla comunicazione al Consiglio non si sia trovato alcun accordo, sempreché non venga concessa una proroga dalle istituzioni europee. E nei due anni di trattative? Il Regno unito sarà ancora assoggettato alle norme europee o si troverà in un regime differenziato? Lo Stato recedente si trova in una situazione del tutto particolare in quanto, come sancisce l’art. 50 TUE, i Trattati continueranno ad essere applicati fino all’entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza, due anni dopo la notifica della comunicazione, ma il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro recedente non potrà più partecipare né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo o del Consiglio che lo riguardano. I prossimi due anni saranno densi di incertezze per il Regno Unito e per tutto il continente, in quanto il rischio di creare un’Europa à la carte è concreto e attuale. Sarebbe assurdo infatti che si concedessero alla Gran Bretagna privilegi dal punto di vista economico e finanziario, trascurando del tutto le iniziative di integrazione politica e sociale che devono continuare ad essere i pilastri del progetto di Unione europea e che potrebbero diventare, un giorno, le fondamenta per la creazione di un sistema federale continentale. I più alti rappresentanti delle Istituzioni sembrano intenzionati ad adottare il pugno duro contro il Regno di Sua Maestà Elisabetta II, ma quel che è certo è che la paura di un’Europa senza il colosso finanziario della City londinese potrebbe far desistere gli animi ed allentare gli intenti, con conseguenze disastrose per il sogno Europa. Io credo fermamente che non si debba leggere Brexit solo come una ferita che ha lacerato l’Europa – cosa che in parte è certamente vera –, ma si debba leggerla piuttosto come un’opportunità per far crescere e rendere grande il vecchio continente. Per trent’anni abbiamo sentito dire che l’Unione era monca a causa del continuo freno inglese; ebbene, il freno è stato tolto e l’UE ha oggi l’obbligo morale di rispondere a questa domanda: vuole continuare ad essere un meccanismo sovranazionale costantemente preso di mira, come capro espiatorio, dai Governi nazionali? O vuole progredire e divenire qualcosa di più? La risposta per noi federalisti è più che scontata e la Storia ci darà ragione.

Autore: Davide Corraro

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