Intervista al rettore universitario Nicola Sartor

Il Rettore era stato piuttosto audace lo scorso 2 dicembre, all’inaugurazione dell’anno accademico, parlando di Europa. Era stato molto chiaro su tutte le crisi che sei mesi fa come oggi l’Europa sta affrontando: non esistono soluzioni che non siano europee. C’è bisogno di una politica estera europea unica, di una difesa europea, c’è bisogno di completare l’unione bancaria. Come dargli torto? Abbiamo pensato, quindi, per domandargli qualcosa in più su quello che pensa riguardo a questa malconcia Europa, ma anche riguardo all’università, di chiedergli un’intervista.

Professore, quanto è europea l’università di Verona e quanto lo sono i suoi studenti?

L’università di Verona è proiettata in una dimensione europea. È aiutata in questo dalla sua collocazione geografica, nelle direttrici nord-sud ed est-ovest, ma anche dalle strutture presenti sul territorio, come un aeroporto internazionale e non solo. Vero è che le infrastrutture aiutano solo se c’è anche la volontà di essere europei. Ma l’ambiente universitario ha la transnazionalità nella propria natura: la ricerca, il sapere non hanno confini e i nostri docenti hanno reti di collaborazioni globali.

Da parte degli studenti, invece, vedo una buona partecipazione al programma Erasmus. Un punto su cui si possono fare progressi è la presenza di studenti non italiani. Esistendo oggi solo cinque corsi in lingua non italiana, gli studenti stranieri, se non hanno già una buona padronanza dell’italiano, non trovano molte scelte. Ma su questo fronte in futuro si può migliorare.

Quali conseguenze possono avere sulla carriera di uno studente dell’università i problemi che l’Europa sta affrontando (immigrazione, minaccia per la sicurezza…)?

Ritengo che il rischio più grande di queste crisi sia in realtà l’arretramento dello spazio europeo; non penso che possa essere messo a repentaglio il fatto che i giovani dell’Europa continuino a venire a contatto con coetanei di culture diverse, che finisca la condivisione di valori in Europa. Anche sui programmi comunitari dell’Erasmus Plus conseguenze specifiche non ci dovrebbero essere. A mio parere, il vero rischio, appunto, sta nell’arretramento della costruzione europea.

Spostiamoci allora sulla politica. Può esistere un futuro per gli Stati europei senza istituzioni europee?

Senza istituzioni europee, i nostri Stati sarebbero soggetti senza rilevanza nelle tematiche mondiali: in economia, lotta al cambiamento climatico eccetera. Coloro che oggi hanno le dimensioni giuste per incidere sono gli Stati continentali, come Cina, USA, India, Brasile. Ma proviamo a pensare – è una suggestione –: se in Italia ci fossero ancora gli Stati preunitari, o addirittura le città-stato, oggi come staremmo? Un’infinità di barriere doganali, limitazioni alla libera circolazione e alla libera professione, nessun tipo di interazione. Sono i problemi che affronterebbero gli Stati nazionali europei, se divisi. E nessuno Stato può illudersi di farcela da solo; nemmeno la Germania ha il peso politico sufficiente. Lo ha affermato anche Obama qualche giorno fa, in occasione del suo incontro con i leader europei: c’è bisogno di un’Europa unita e prospera. È imperativo, oltretutto, preservare millenni di cultura europea.

Quanto, invece, secondo Lei è probabile che si realizzi quella “democrazia europea post-nazionale” di cui ha parlato all’inaugurazione dell’anno accademico?

Devo dire che sono preoccupato per le sorti dell’Europa. Condivido i timori di Mario Draghi sul fatto che la sfida migratoria sia quella più pericolosa per il destino del continente. In particolare i Paesi dell’est-Europa (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia) stanno mostrando grandi insofferenze su questo tema. Eppure rialzare i confini all’interno dell’Europa non aiuta a risolvere il problema. Al contrario, preoccupano le popolazioni locali, come i sudtirolesi e gli altoatesini, impensieriti dalla minaccia di questa nuova barriera, al Brennero. Anche se l’aspetto sociale non è da trascurare, stando ai numeri, la dimensione del problema è ridicola rispetto ad altri Stati. Proprio oggi [5 maggio, ndr], in un’intervista al Corriere della sera, lo zio del sovrano di Giordania, El Hassan bin Talal sottolinea che, se in Europa ci fosse la stessa proporzione di migranti presente nel suo Paese, sarebbero 150 milioni. E non dimentichiamo che questi migranti non sono colpevoli, ma vittime. Sono d’accordo, infine, con quanto ha detto il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon: chi pensa di bloccare gli spostamenti con i muri è fuori dal mondo. Di fronte alla paura di morire, non c’è muro che tenga.