La sfida del muro

Che si guardi una sponda o l’altra dell’Atlantico, il risultato non cambia: c’è sempre una matrice nazionalista che si oppone ad una federalista. Un isolazionismo contro un collettivismo. Un egoismo contro un altruismo. Un singolo che pensa di poter fare meglio di una squadra unita. E’ ciò che succede negli States col fenomeno di Donald Trump e in Europa con i vari leader nazionalisti, due scuole di pensiero tanto distanti geograficamente quanto vicine idealmente. D’altro canto, la storia ci ha insegnato già nel 1989 che i muri sono fatti per essere abbattuti, perchè solo insieme si può andare avanti…

La notizia è fresca, giusto pochi giorni fa: Ted Cruz abbandona la corsa alla candidatura repubblicana per le Presidenziali USA, consegnando di fatto la vittoria a Donald Trump. Trump che promette di “fare grande l’America di nuovo” con politiche di espulsioni di massa e costruzione di muri. In Europa, sentendo le opinioni comuni, il Tycoon americano è considerato un folle, con idee da fondamentalista: ci si augura che non ce la faccia a diventare Presidente, ma tanti dicono “si sa, gli americani potrebbero anche votarlo”.

Rileggendo però la sua “teoria” per rendere l’America grande, non vi suona familiare? La politica di Trump non è poi così lontana da quella che sta prendendo piede in Europa, dove sempre più Paesi mostrano la loro insofferenza verso i migranti. Questo tema è ricorrente, io stesso sono conscio di averlo toccato in quasi ogni editoriale. Eppure non si può far a meno di trattarlo, perché rappresenta un nervo scoperto dell’Unione. Parliamoci chiaro: sulla questione migratoria si gioca il futuro dell’Unione e la possibilità di creare una Federazione!

La situazione, dobbiamo essere obiettivi, sembra essere in fase di degenerazione: su tutte, la tensione al Brennero, con l’Austria che, dopo aver visto la vittoria del fronte nazionalista anti-europeo alle scorse elezioni, minaccia di costruire un vero e proprio muro al confine con l’Italia; ma non solo questo, purtroppo. Altri sei paesi, tra i quali anche Germania e Francia, spaventati da ondate migratorie destinate ad aumentare in estate, chiedono il prolungamento dei controlli alle frontiere con gli altri Stati europei: di fatto chiedono un prolungamento dell’interruzione di Schengen.

Schengen rappresenta forse il più grande trofeo degli europeisti convinti, oltre ad avere una grande valenza per tutti i cittadini dell’Unione Europea. Spesso si tende a non apprezzare ciò che si ritiene scontato, ma Boris Nemcov, politico russo (morto in circostanze sospette), parlando del possibile ingresso dell’Ucraina nell’UE, disse “Entro sette anni, l’Ucraina entrerà nell’Unione europea e tutti gli ucraini avranno un passaporto Schengen. E noi [russi] li invidieremo.”. Il primo privilegio che molti osservatori esterni associano all’ingresso nell’Unione è quello di godere del trattato di Schengen. Per questo non è assolutamente esagerato affermare che un passo indietro che comporti una rinuncia sistematica a Schengen suonerebbe come il Requiem dell’Europa.

Nel frattempo, mentre gli Stati membri si preparano a chiudere le porte, ai confini si affollano disperati: a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, in migliaia dormono da settimane nelle tende, aspettando di potersi muovere verso il cuore del continente per iniziare una nuova vita.

Ovunque, Italia compresa, nel parlare di politiche di accoglienza si trova sempre qualcuno pronto ad etichettare queste parole come buonismi inutili e dannosi: eppure è difficile osservare le immagini che giungono da Siria e Libia, dove le città vengono rase al suolo da bombardamenti, e non pensare che i cittadini di quei Paesi abbiano tutto il diritto di fuggire dalla costante e quotidiana minaccia di morte, anche a costo di lasciare tutto.

La crisi migratoria rappresenta la più grande sfida che l’Europa si trova ad affrontare, in ballo c’è la sua stessa esistenza: nel mese in cui si celebra la festa del nostro continente, il futuro sembra sempre più incerto. Nonostante quello che crediamo, tanti Trump sono presenti anche in Europa, e rischiano di rappresentarne i carnefici.

Nei due mondi la sfida sembra essere tra chi alza muri e chi li vuole abbattere: parafrasando chi dei due mondi era l’Eroe, “o si fa l’Europa, o si muore!”.

(Editoriale di Eureka, maggio 2016)