Il mito di Europa

Il primo estratto del nuovo numero di “Eureka” che vi proponiamo riguarda un racconto mitologico antichissimo, dal titolo “Il mito di Europa“, che mai come ora trova un riscontro nella realtà invitandoci ad un’ attenta riflessione…

Europa. Il nostro continente: un libro così antico, variegato e prezioso. Sfogliando le sue pagine, scritte dalla decisa mano della storia, leggiamo come esse siano profondamente legate già dagli albori della civiltà e della cultura. Già i Greci attribuivano all’Europa una connotazione geografica, indicandola come il complesso di regioni posto a Occidente rispetto all’Asia e affacciato al suo confine sul vasto e sconosciuto Oceano, dove mai nessuno aveva osato avventurarsi superando le “colonne d’Ercole”. Ma ancora prima di questo attributo territoriale, la parola Europa veleggiava tra le sognanti atmosfere del mito, stando a indicare differenti figure femminili, ma indubbiamente il racconto più famoso è antichissimo, si perde nel remoto periodo del misterioso poeta Omero, ed è quello che comunemente è conosciuto come il ratto di Europa.

Ci troviamo sulle spiagge della Fenicia, Ovidio ne “Le Metamorfosi” ci suggerisce nei pressi di Sidone. Su questi bianchi lidi, Europa, figlia di Agenore, re della vicina Tiro, gioca leggiadra con le amiche. È bellissima, a tal punto che Zeus, colpito e innamoratosi follemente, cerca il modo per conquistarla. Confusosi quindi con gli armenti del re, diretti verso lo stesso lido in cui si trova l’amata, prende le sembianze di un toro bianco, magnifico, di un candore abbagliante, simile a quello della neve: le corna, piccole e delicate, con la loro sagoma levigata e quasi scolpita con abilità, nobilitano trasparenti un aspetto mansueto e docile.

La bella Europa non può ignorarlo, e nemmeno sfuggire ad un animale così elegante ed innocuo. Vinto pian piano l’iniziale timore, la fanciulla si avvicina al toro, e comincia a giocare con lui, gli porge fiori, intreccia allegramente verdi ghirlande per le sue corna. L’innamorato, ardente di desiderio, saltella sull’erba, distende il fianco sulla sabbia dorata. La principessa gli si appoggia sul dorso e si lascia condurre dolcemente fino alle onde che accarezzano la riva. E così Zeus mette in atto i suoi propositi, si inoltra tra i flutti, conducendo in mezzo al mare la sua preda che, piena di timore e aggrappata alle corna del suo sconosciuto rapitore, rivolge lo sguardo confuso, atterrito e innocente verso la sua terra. Non vi fece mai più ritorno. Giunse invece a Creta, dove Zeus, deposte le sembianze di toro, si unì a lei a Gortina, nei pressi di una fonte e di un platano che ebbe il privilegio di non perdere mai le foglie in ricordo di tali amori, mentre il toro bianco e mansueto divenne una costellazione posta tra i segni dello zodiaco. Europa gli diede come figli Radamanto, Minosse (futuro re di Creta e grande legislatore, famoso per la leggenda del Minotauro e per il ruolo agli Inferi di giudizio delle anime dei morti insieme al fratello Radamanto) e Sarpedone. Rimase sull’isola e diventò moglie di Asterione, re di Creta, che ne adottò i figli. Zeus non abbandonò il suo affetto per l’amata e le elargì tre doni: il guardiano di bronzo Talo, un cane che non poteva lasciarsi sfuggire alcuna preda e uno spiedo da caccia che non mancava mai il bersaglio. A questo punto la trama affascinante e lontana dei miti intreccia queste vicende con altre, altrettanto famose e importanti come quelle dei validi guerrieri Argonauti e delle vicissitudini dei fratelli d’Europa. Seguendo il vano peregrinare di questi ultimi, alla ricerca della sorella rapita, lungo i territori bagnati dal Mediterraneo, ci affascina il pensiero di un continente allora ritenuto così ampio, in parte sconosciuto e che ha sentito riecheggiare tra i propri monti, boschi, pianure, città e fiumi, quel nome, Europa, allo stesso momento tremante e deciso, carico di speranza e di coraggio, che di lì a breve avrebbe poi fatto proprio. Fascino, ma anche riflessioni: questi fratelli di stirpe regale, Cadmo, Fenice e Cilice, girovagando per mari e monti e fondando città, ci trasmettono un’idea di Europa intraprendente, vincente, fondata su spostamenti, movimenti costruttivi, latori di una cultura raffinata, elevata, ambiziosa, che plasma e migliora i territori che tocca. D’altra parte loro padre, Agenore, re siriano, era fratello del re d’Egitto, ed era pure figlio di Libia: parliamo di territori ricchi e fiorenti. La sua parentela poi con Poseidone quasi vuol indicare un richiamo al dominio sui mari. Tutto ciò, però, nato da un rapimento e da una conseguente ricerca. Una ricerca di armonia che ci richiama alla mente, come membri dell’Europa moderna, la potenzialità della nostra Europa come riserva e fucina di bellezza. Si prendono così in considerazione anche le ricadute di questo mito sul potenziale creativo in tutto il continente: diverse espressioni artistiche, infatti, ne mettono in evidenza aspetti differenti, attualizzati e carichi di emotività e modernità. All’atmosfera sognante e distesa dipinta dal Veronese si contrappone in una sorta di movimentato ossimoro la tensione e la drammaticità della tela di Rubens che nella costruzione rappresentativa aderì in modo preciso al “Ratto d’Europa” del Tiziano. La figura elegante e raffinata della principessa che, ritratta nel momento precedente al rapimento, troneggia sul “locus amoenus” e distoglie l’attenzione dell’osservatore dalle fasi più tragiche del mito rappresentate sullo sfondo, viene sostituita da un’Europa impotente e strappata dai lidi paterni dall’energia veemente del toro, immerso da Rubens in una natura sconvolta e agitata. Le due opere messe a confronto sono indice di una ricerca che scandaglia in profondità l’animo umano nel suo multiforme rapportarsi con la realtà. Ma ogni ricerca deve avere un obiettivo: la bella Europa deve essere ritrovata. Ecco, siamo chiamati in causa, ancora una volta. Il fine comune, che non è un ritrovamento ma un consapevole rinascimento della nostra Europa, è da perseguire mediante i mezzi e gli entusiasmi migliori, mediante un miglioramento consapevole, partendo dall’ottimizzazione delle singole realtà, dei singoli Stati, chiamati a esprimere il massimo del loro potenziale. Ecco il testamento del mito e come il mito si rende utile per la modernità. Europa un tempo non fu ritrovata. Un epilogo che può essere riscritto.

Pierfrancesco Bettin

(nella foto: “Ratto di Europa”, mosaico del III secolo d.C. rinvenuto a Byblos, Libano)