The Great European Disaster

Il terzo estratto dal numero di Eureka di marzo riguarda il film “The Great European Disaster”, sponsorizzato in tutto il continente da JEF-Europe (l’organizzazione europea dei giovani federalisti) e raccontato per noi da Filippo Pasquali:

Il 28 gennaio la JEF-Europe (l’organizzazione europea dei giovani federalisti) ha promosso in diverse città europee la visione del “The Great European Disaster”. Di cosa parla? È un film che si presenta fuori dalle righe, con interventi di rilievo da tutta Europa, uno spaccato lucido sulla realtà attuale unito ad uno sguardo alle opportunità del futuro. In altre parole, un documento credibile. Basato su una ricorrente alternanza tra un futuro ignoto e malinconico ed il presente politico-economico europeo. Il vero protagonista è un mesto archeologo inglese, Charles Granda, il quale, a bordo di un aereo che sorvola il continente, rievoca i trascorsi eventi che portarono al crollo dell’Unione Europea, tessendo di fatto la trama del film. L’aereo stesso, colto da turbolenze atmosferiche, instaura un parallelismo con la situazione politica ricordata dall’archeologo, che contribuirà ad aumentare il senso di irrequietezza per tutta la durata della proiezione.

Il quadro che ne esce rappresenta un’Europa dilaniata da 7 anni di interminabile crisi, a cui la leadership politica non ha saputo dare sufficienti risposte, dirigendosi verso la catastrofe. Il primo caso analizzato è proprio il ruolo negligente della Germania assunto in questo frangente. Ne parla esplicitamente il co-direttore del Financial Times, Martin Wolf: serve un New Deal europeo per la crescita, ma il rifiuto della Cancelliera Merkel a questa iniziativa, e il rifiuto anche di porsi come guida, è responsabile dell’acuirsi delle divisioni all’interno dell’Unione. Le risposte unilaterali non sono sufficienti. Ad uno ad uno, i governi europei vengono stretti tra austerity e mancata crescita; con l’unico risultato di aumentare il risentimento popolare verso Bruxelles, ritenuta –ingiustamente – responsabile della situazione economica stagnante. È ciò che viene percepito a livello territoriale, dove la retorica dei partiti xenofobi e no-euro fa breccia tra la gente stremata dalla crisi e disillusa.

Il secondo punto riguarda il welfare. Quel welfare di cui noi tutti europei siamo orgogliosi, ma che non sopravviverà alla prova del tempo, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Più pensionati e sempre meno lavoratori a pagar loro la pensione. È in quest’ottica che viene analizzato il problema spinoso dell’immigrazione: alzando i muri, stiamo tagliando le ali alla nostra unica possibilità di salvezza da un fallimento economico annunciato. Regno Unito in primis. E i dati parlano chiaro: considerando solamente i lavoratori nativi, in Europa, subiremo un calo del 20% da qui al 2025. Questo rende pressoché vitale l’arrivo di nuovi immigrati, e nel film vengono appunto messi in rilievo episodi in cui la solidarietà e la condivisione di risorse hanno portato a risultati benefici a tutta la comunità, come nel caso svedese. La solidarietà è un principio a cui fa spesso riferimento l’archeologo Granda. L’Europa futura in cui si ritrova a vivere manca principalmente di spirito solidale, assenza nata proprio nel periodo che stiamo vivendo noi ora. Emblematico è il caso rappresentato dalla ragazzina italiana che si vede rifiutato l’accesso nei Paesi Bassi perché i genitori non dispongono di reddito sufficiente. Oppure il divieto per i passeggeri tedeschi di atterrare al Parigi-Charles De Gaulle. Le hostess servono solo prodotti cinesi e cioè i soli a poter competere, in un’Europa senza regole. Sembra pura speculazione, ma invece si tratta di uno scenario assolutamente plausibile, e la regista Annalisa Piras riesce magistralmente nell’intento di risvegliare il senso critico del pubblico. Meglio risolvere i problemi ora, in seno alla UE, piuttosto che rischiare un viaggio verso l’ignoto come quello compiuto dall’aereo: costantemente dirottato da un aeroporto all’altro, senza meta certa, in balia del tempo. Lo stesso destino che aspetta noi cittadini europei, chiamati urgentemente a scongiurare. Se non altro, perché il whiskey cinese è imbevibile.

“Che cos’è l’Europa, se non un luogo in cui si incontrano i popoli, dove non c’è alternativa tra la convivenza e il massacro”. (Paolo Rumiz)