Gli Stati Uniti d’Europa per uscire dalla crisi!

La crisi, l’Europa e il populismo

La crisi scoppiata nel 2008 è andata progressivamente peggiorando. Una sequela di riunioni del Consiglio Europeo, ovvero dei Capi di Stato e di governo dei Paesi membri, ha cercato invano di trovare delle soluzioni. La linea politica che il metodo intergovernativo è riuscita a produrre è quella dell’austerità, dei vincoli di bilancio imposti ai governi nazionali, del coordinamento delle politiche economiche nazionali. Tutto tranne la creazione di un vero governo federale europeo dell’economia. Tutto tranne la creazione di un bilancio e di una fiscalità europea. Tutto tranne che fare l’Europa, affiancando al mercato unico e alla moneta unica un governo. Hanno lanciato l’idea di un’unione bancaria, fiscale, economica e politica – le ultime due dai contorni ancora molto nebulosi – ma rimandandone la realizzazione, e avviando faticosi negoziati solo sull’Unione bancaria.

La linea dell’austerità e il metodo intergovernativo di gestione dell’Unione hanno fallito. La tenuta della coesione sociale in molti Paesi europei è a rischio. La crisi erode la legittimità dei risultati dell’Unione. Ma in realtà il fallimento è dei governi nazionali. Le istituzioni sovranazionali europee, a partire dalla Banca Centrale Europea, per arrivare al Parlamento e alla Commissione, sono quelle che hanno timidamente tentato di offrire una visione diversa. La BCE, istituzione pienamente federale e sovranazionale, è stata di gran lunga la più tempestiva ed efficace nell’arginare la crisi del debito sovrano nelle fasi più acute. Ma la politica monetaria non può tutto. Non è un caso se oltre alle Banche centrali in tutti i Paesi c’è anche il governo con i Ministeri del Tesoro e dell’Economia.

La crisi c’è e morde. Favorisce l’emergere di varie forme di populismo, che cavalca il malcontento senza offrire rimedi efficaci. Ma la sua forza è legata al fatto che le forze politiche tradizionali non sembrano farsi pienamente carico della sofferenza sociale offrendo una proposta di soluzione alternativa efficace. E’ necessario offrire una visione di un’Europa diversa, più unita, più solidale, più democratica per incanalare le energie della società verso uno sbocco positivo invece che verso una sterile protesta.

In molti Paesi europei vediamo però una classe dirigente debole e priva di una visione di lungo periodo degli interessi collettivi e del ruolo dell’Europa nel mondo, e comunque sempre pronta a sacrificarli alla luce dell’interesse di partito, a costo di compiere continue giravolte. Ne è un esempio la critica di Berlusconi al Fiscal Compact, negoziato e firmato dal suo governo! O degli attacchi a Napolitano, quando il Pdl contribuì in modo decisivo a convincerlo ad accettare un secondo mandato.

La crisi c’è e gonfia le vele della protesta, che non potrà essere arginata con gli anatemi, ma solo con una visione alternativa e con la capacità di rispondere alle esigenze delle società europea. Questa è la sfida per i partiti europei da qui alle elezioni di maggio. Sapranno offrire agli elettori delle candidature di alto profilo alla Presidenza della Commissione, ed una visione di quale Europa vogliono, di quali poteri e competenze andranno affidate all’Unione – o almeno all’Eurozona – per metterla nelle condizioni di rispondere alle esigenze dei cittadini europei? Sapranno candidare persone capaci e motivate, in grado di impegnarsi effettivamente e completamente nel Parlamento europeo?

Non si può contrastare l’euroscetticismo semplicemente ricordando l’utilità dell’UE e le tante cose utile che fa – che ci sono. Perché si dà l’impressione di voler minimizzare la crisi ed i suoi effetti. Occorre una visione e un progetto di un’Europa effettivamente unita. Nel governo italiano sia il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che il Ministro degli Esteri, Emma Bonino, hanno più volte ricordato la necessità degli Stati Uniti d’Europa, indicandoli come un obiettivo del governo, e ribadendo l’intenzione di usare il semestre di presidenza italiana dell’Unione come “rompighiaccio verso l’unione politica”. La linea di direzione è quella giusta, speriamo trovi concretezza nell’indicazione delle priorità della Presidenza italiana e nei passi che da oggi al dicembre 2014 il governo prenderà in sede europea. Quella è la partita decisiva per affrontare la crisi, ridare fiducia e speranza ai cittadini e riassorbire le forze euroscettiche. Sarà decisivo anche vedere se i partiti che sostengono il governo saranno all’altezza di questa sfida nella loro azione politica, e nella campagna elettorale europea.

– Roberto Castaldi

Il mito della sovranità nazionale

I media hanno riportato uno dei portavoce dei Forconi dichiarare che “vogliono la sovranità dell’Italia, oggi schiava dei banchieri ebrei”. Molti commentatori hanno giustamente condannato il vergognoso antisemitismo della seconda parte dell’affermazione. Ma anche la prima, relativa alla “sovranità dell’Italia” merita una riflessione.

Dal 1945 gli Stati europei non sono Stati sovrani. Il loro regime politico ed economico è stato definito dall’arrivo dei carri armati americano o sovietici. Gli Stati europei occidentali hanno avuto la fortuna di un regime democratico e di un’economia di mercato, e quelli orientali la sfortuna di un regime comunista e di un’economica pianificata. Ma nessuna ha avuto una vera possibilità di scelta. Erano protettorati militari americani o sovietici – come osserva Brzezinski ne La grande scacchiera. Il primo presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi, scrive allora “gli Stati nazionali sono ormai polvere senza sostanza”.

La ricostruzione degli Stati europei occidentali è stata resa possibile dal Piano Marshall fornito dall’egemone americano, e il loro successivo sviluppo economico fu il frutto dell’integrazione europea. Anche se siamo soliti parlare di “miracolo economico italiano” – così come i francesi e i tedeschi, tutti egualmente vittime del nazionalismo metodologico – in realtà fu la creazione della Comunità Economica Europea e del Mercato comune che garantì ai Sei Paesi fondatori alti e analoghi tassi di crescita. Questo costrinse gli altri Stati europei che non ne facevano parte, e che avevano quindi tassi di crescita molto inferiori, a chiedere di entrarvi. E dai Sei del 1950 siamo arrivati oggi a Ventotto. Il progressivo allargamento è la testimonianza del successo e dei benefici del processo di unificazione europea, come ci ricordano oggi i manifestanti ucraini.

Grazie all’unificazione europea, cioè alla messa in comune di una sovranità nazionale fittizia mediante istituzioni sovranazionali i cittadini e gli Stati europei hanno recuperato margini di manovra e d’azione in termini economici e politici: ciò che Milward ha chiamato il “salvataggio” degli Stati nazionali da parte dell’Europa. In tempi di globalizzazione, in cui i soggetti principali sono Stati di dimensione continentale, come USA, Brasile, Russia, India e Cina, l’idea della sovranità nazionale degli Staterelli europei è solo un mito pericoloso. Un idolo cui nella tempesta alcuni si appigliano per abitudine e per pigrizia mentale, ma da cui non è da attendersi alcuna salvezza, ma solo il tracollo. L’alternativa oggi non è tra cedere sovranità all’Europa o riportarla a livello nazionale, ma tra recuperare sovranità attraverso l’Unione Europea o diventare irrilevanti e impotenti sul piano mondiale, e di rimanere incapaci di affrontare una crisi, che solo a livello europeo può trovare soluzioni strutturali ed efficaci.

– Roberto Castaldi

Quale Europa?

Ringraziamo Roberto Castaldi (del quale potete vedere qui una Bio), blogger d’autore su “L’Espresso” per gli articoli del suo blog che d’ora in avanti verranno pubblicati anche sul nostro sito.

Potete trovare il blog di Roberto all’indirizzo: http://castaldi.blogautore.espresso.repubblica.it/ e contattarlo su twitter: @RobertoCastaldi

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“Ce lo chiede l’Europa”: ecco il mantra preferito da molti politici nazionali, italiani e non solo, capace di scaricare su altri la responsabilità di decisioni considerate necessarie ma ad alto rischio elettorale. Come se le decisioni concordate a Bruxelles non fossero il frutto di trattative fra governi e classi politiche rimaste ancora sostanzialmente nazionali. L’Unione Europea è un’unione di Stati e di cittadini, le sue decisioni e il suo futuro dipendono da quello che noi facciamo o non facciamo, e dal modo con cui vogliamo farla funzionare: l’Europa, nel bene e nel male, siamo noi.

Questo blog ha lo scopo di ricordarcelo, seguendo e spiegando le molte sfaccettature della crisi esistenziale che l’intera società europea sta vivendo. Perché in un mondo globalizzato in cui si affermano solo gli Stati di dimensione continentale come gli USA, la Cina, l’India, la Russia, il Brasile la scelta per gli europei è semplice: unirsi o perire! Due grandi civiltà europee del passato hanno perso una sfida analoga: la civiltà ellenica fondata sulle città-stato di fronte all’Impero romano, e la civiltà del Rinascimento italiano fondata sugli Stati regionali di fronte al consolidamento dello Stato moderno in Francia, Spagna e impero asburgico. Entrambe hanno pagato a caro prezzo e per molto tempo l’incapacità culturale l’idea che la polis, o i vari campanili italiani fossero il luogo “naturale” della vita politica, economica e sociale. Oggi gli ostacoli sono il mito dello Stato nazionale e della sovranità – come ci ricordava Luigi Einaudi. Superare quello che Ullrich Beck chiama il “nazionalismo metodologico”, una prospettiva sempre e comunque nazionale, anche rispetto a processi che sono europei e mondiali.

Si avvicina il momento delle scelte. A maggio si terranno le elezioni europee, cui seguirà il semestre di Presidenza italiana dell’UE. E’ possibile l’avvio di un processo di riforma finalizzato a realizzare le unioni bancaria, fiscale, economica e politica, ovvero a dotare l’Unione Europea – o almeno l’Eurozona – dei poteri necessari a mettere in campo una forte politica di investimenti per lo sviluppo sostenibile, per rilanciare l’occupazione.
Siamo noi, cittadini europei, che eleggiamo il Parlamento Europeo che – insieme al Consiglio dell’Unione, in cui siedono i ministri nazionali – elabora quasi l’80% della legislazione vigente – mentre il Parlamento italiano principalmente converte decreti governativi, produce leggi delega al governo per permettergli di legiferare mediante decreti attuativi, e recepisce la legislazione comunitaria. Siamo noi che eleggiamo i governi e i parlamenti nazionali dei vari Stati membri, che decidono e ratificano le principali decisioni europee.

Siamo noi, cittadini europei, che dobbiamo esprimerci su quale futuro vogliamo per l’Europa; su quale Europa vogliamo. Siamo noi che deteniamo il potere costituente senza il quale non è possibile procedere sulla strada della unificazione politica. Siamo noi che dovremmo rivendicare il diritto di eleggere democraticamente un governo europeo – come facciamo per comune, provincia, regione e stato nazionale – per gestire la politica europea, e per poterla cambiare all’occorrenza. Perché di una nuova politica europea rivolta alla crescita c’è un bisogno sempre più urgente.

– Roberto Castaldi