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Tasse ambientali e fiscalità ecologica: considerazioni generali e attuazioni in Europa

 

di Giorgio Grimaldi

 

 

 

1. Introduzione

Le numerose forme di inquinamento e di degrado ambientale rappresentano enormi costi per la collettività (perdita di ricchezza naturale, economica, sociale e di benessere fisico) e comportano spesso anche la privazione o l’esclusione di opportunità e di scelte alternative sottratte alle comunità umane. Le risorse naturali del pianeta, interessate da un crescente sfruttamento dovuto all'incremento demografico mondiale e all'elevato tasso di consumi da parte di una minoranza dell'Umanità che popola i Paesi industrializzati ed economicamente sviluppati, vengono attualmente utilizzate con larghi margini di spreco nonostante costituiscano beni scarsi di primaria importanza per la vita terrestre. Tuttavia, sia perché non sempre i costi da sostenere sono facilmente monetizzabili, sia perché si manifestano in tempi successivi e dispiegano le conseguenze più gravi nel lungo periodo, le politiche e le strategie per diminuire l'inquinamento a livello globale sono ancora insufficienti. L’accentuato cambiamento climatico in atto dovuto principalmente all'emissione in atmosfera di gas che provocano il cosiddetto “effetto serra” (1) costituisce un’emergenza senza precedenti che la politica internazionale si sta dimostrando incapace ad affrontare con misure appropriate (2).

I sistemi di produzione industriali e l'emissione o lo scarico di sostanze nocive rappresentano spesso costi sociali che sono pagati dalla collettività e non dalle imprese: da qui l'esigenza di rendere per quest’ultime sempre meno conveniente sotto il profilo economico l'uso di tecnologie che impiegano materie prime e combustibili ad alto tasso di inquinamento, caricando sui soggetti responsabili i costi prodotti secondo il principio “chi inquina paga”.

Sino a qualche decennio fa le politiche fiscali sviluppatesi negli Stati nazionali non erano concepite allo scopo di ridistribuire la pressione tributaria tenendo in considerazione le conseguenze socio-ambientali delle attività economiche industriali e produttive e dell'aumento della disoccupazione causato dal ricorso sempre più ampio all'automazione. Le principali fonti di gettito erariale sono pertanto rimaste sino ad oggi le imposte sui redditi di lavoro dipendente (difficilmente eludibili), quelle sulle contribuzioni al lavoro e sulle proprietà di varia natura, mentre non sono stati adottati, perlomeno su larga scala, adeguati strumenti economici e finanziari per tassare le attività, gli usi e i consumi che producono inquinamento e abbassamento della qualità della vita, con l’intento di disincentivare attività che impiegano materie prime inquinanti, di sostituire forme di produzione non compatibili con l'ambiente nonché di stimolare un processo di revisione delle tecnologie e degli stili di vita (3).

Per molto tempo le politiche ambientali si sono avvalse esclusivamente di meccanismi di regolazione a carattere legislativo e amministrativo fondati sulla fissazione di standard da rispettare e di norme prescrittive atte a porre dei limiti alle emissioni e ai danni ambientali. La tutela dell'ecosistema è stata oggetto dell'elaborazione dettagliata, in campo giuridico e amministrativo, di un fitto e a volte caotico insieme di leggi e normative nazionali e locali che hanno dato risultati diversi nell’applicazione concreta, generalmente inadeguata a forgiare sistemi di controllo efficaci e a migliorare in misura rilevante lo stato di salute dell’ambiente. Gli strumenti amministrativi nelle politiche ambientali messi in campo dalle amministrazioni pubbliche, denominati strumenti di command and control, intervengono in un primo tempo a regolamentare il comportamento degli operatori che producono inquinamento (fase di command) e successivamente a verificare il rispetto da parte degli stessi operatori delle norme restrittive precedentemente stabilite (fase di control), erogando in caso di inadempienze sanzioni amministrative o, in casi di gravi violazioni, bloccando le attività inquinanti o chiudendo le installazioni pericolose.

Negli ultimi decenni, di fronte alla difficoltà di mitigare e frenare le ricadute negative degli agenti inquinanti sull'ambiente con i soli input amministrativi, si è fatta strada la sperimentazione e l'adozione di provvedimenti che intendono agire sul mercato per far leva sull'economia (imposte, sussidi, canoni, permessi negoziabili) al fine di conseguire riduzioni dell'impiego di fattori di produzione nocivi. Le misure adottate hanno comunque sortito degli effetti positivi: “nell'Europa occidentale, per esempio, la riduzione del 47% delle emissioni di zolfo tra il 1970 e il 1993 è stata ottenuta essenzialmente grazie alle regolamentazioni che hanno imposto l'adozione di dispositivi di assorbimento dei gas degli impianti di carbone” inoltre “negli USA, l'adozione di standard più severi per gli apparati di scarico di automobili e autocarri leggeri di nuova produzione ha generalizzato l'impiego di marmitte catalitiche, facendo diminuire le emissioni di ossido di azoto del 6%, di monossido di carbonio del 33% e dei composti volatili del 54%, il tutto a fronte di un aumento del 44% nell'uso dell'auto”. Tuttavia i limiti di questi strumenti sono altrettanto evidenti per la rigidità dell'impostazione delle prescrizioni: le regolamentazioni infatti, “proprio perché centrate più sugli strumenti (come l'obbligo di particolari filtri per l'acqua) che sulle finalità, (...) tendono a disincentivare l'innovazione e benché si dimostrino efficaci quando esiste una soluzione tecnica bell'e pronta (come le marmitte catalitiche per le automobili) sono meno idonee ad affrontare la complessità” (4).

La preservazione dell'ambiente si configura come un costo sociale evitato, un’opzione di non utilizzo. Per attribuire un valore misurabile, un prezzo all'ambiente, bisogna ricorrere ad una serie complessa di analisi e valutazioni di tipo diretto e indiretto che coinvolgono più fattori (benefici e danni ecologici, sociali, economici che in presenza o in assenza di un'azione di tutela si possono determinare). Una stima appropriata è quindi piuttosto difficile e per quanto puntuale può sempre ritenersi approssimativa. Tuttavia è possibile adottare pragmaticamente strategie miranti al contenimento del danno ricorrendo a tasse che includano il costo sociale associato all'uso di determinate risorse o alla fruizione di specifici beni ambientali (5). La via economica risulta sufficientemente flessibile e mira a mutare il comportamento degli attori economici; inoltre se opportunamente applicata può avere ricadute positive. Infatti le tasse stabiliscono un valore all'inquinamento prodotto e influenzano il mercato. Più le emissioni o le ricadute saranno costose, più gli attori economici produttori tenderanno a far diminuire o addirittura ad eliminare i fattori inquinanti, favorendo il ricorso a fonti alternative di produzione. Numerose analisi confermano che la tassazione ambientale consente di ottenere una data riduzione di emissioni a costi inferiori rispetto all'uso dei tradizionali metodi amministrativi (6).

 

2.  Le tasse ambientali: tipologia, rapporto costi-benefici e impatto sull'ambiente

Le tasse ambientali possono essere definite come “strumenti economici” manovrati dallo Stato per proteggere il livello socialmente ottimale o accettabile di inquinamento (7). Il ricorso a tali forme di intervento è richiesto dall'incapacità dei mercati di prendere in considerazione le esternalità, intese come l'insieme dei benefici e danni ricadenti su terzi da attività poste in essere dagli attori economici (8), e di attribuirgli un costo.

La nascita dell'ipotesi di tassa ambientale nella teoria economica è avvenuta per merito dell'economista Arthur Cecil Pigou (1877-1959), professore all'Università di Cambridge, che la illustrò nel 1920 nell'opera Economics of Welfare, come tassa imposta all'inquinatore basata sulla stima del danno procurato o costo esterno. Essa consiste nel mezzo adeguato per eguagliare i costi privati e quelli sociali e rappresenta l'archetipo delle odierne tasse sull'inquinamento (pollution charges): nella sua opera Pigou svelò i costi nascosti dell'inquinamento prodotti dalle emissioni dei fumi delle fabbriche e delle abitazioni di Manchester che, in definitiva, considerando una singola acciaieria, erano doppi in termini monetari rispetto al valore della produzione di acciaio ottenuta e portavano così le vittime dell'inquinamento a incentivare gli inquinatori “rendendo la società, nel suo complesso, più povera” (9). Un primo consistente consenso all'applicazione di tasse ambientali si ebbe durante gli anni Settanta, sull'onda dell'affermazione dell'ambientalismo politico ed economico nell'Europa Occidentale e dello slogan “tassare i mali, non i beni”. L'economista norvegese Agnar Sandmo nel 1975 riprese e perfezionò le ipotesi di Pigou collegandole alla riduzione di altre tasse perseguendo contemporaneamente l’obiettivo di riformare i sistemi fiscali in senso “ottimale” (10). Tuttavia, bisogna aspettare la metà degli anni Ottanta per veder affiorare un largo dibattito, in particolare nel Nord Europa, con l’elaborazione di proposte volte soprattutto a spostare la tassazione dalle retribuzioni all'energia e indirizzate al finanziamento della sicurezza sociale. Si può aggiungere che durante gli anni Ottanta in Europa e nei Paesi dell'America del Nord alcuni fattori hanno spinto all'adozione di misure economiche per il controllo dell'inquinamento: “1) una tendenza alla riduzione dell'intervento diretto da parte dello Stato nella società, sia dal punto di vista finanziario (mediante la privatizzazione e la cultura d'impresa) che sotto il profilo della regolamentazione (deregulation); 2) una tendenza all'integrazione delle manovre della politica economica e soprattutto al controllo integrato dell'inquinamento assieme alla crescente presa d'atto del bisogno di una maggiore efficienza del controllo dell'inquinamento in termini di costi; 3) un graduale passaggio della riduzione dell'inquinamento alla fine del processo produttivo a misure preventive, quali il controllo sul processo produttivo stesso e un'enfasi maggiore sull'approccio di tipo «precauzionale» (anticipatorio)” (11). Ancor prima del successo del libro Ecological Tax Reform dell'ambientalista tedesco Ernst Ulrich Von Weiszäcker, nel 1992 (12), i primi esempi e risultati della ridistribuzione fiscale a fini ambientali applicati congiuntamente alla riduzione di altre imposte comparvero nei Paesi scandinavi.

Nel 1991 la Svezia introduceva due tasse sull'energia: una sulle emissioni di carbonio (CO2) denominata carbon tax, l'altra su quelle di anidride solforosa (NOx) o sulphur tax (13), con le quali ha ricavato 2,4 miliardi di dollari (1,9% del gettito fiscale totale), ha contribuito a far diminuire la concentrazione di inquinanti (le emissioni di anidride solforosa si sono dimezzate contribuendo ad una riduzione dell’1% delle emissioni totali) e a promuovere l'efficienza energetica; la somma aggiuntiva proveniente dalla tassazione è servita per operare una riduzione dell'imposizione sui redditi. Simili manovre sono state introdotte in maniera e in misura differente in altri Paesi europei nel corso degli anni Novanta (14).

Una classificazione, proposta da Pearce e Turner, individua essenzialmente tre tipologie differenti di strumenti di controllo dell'inquinamento basati su incentivi economici: le tasse, i sussidi (15) e il sistema deposito-rimborso (mercato dei permessi ad inquinare; scambi di emissioni sotto forma di bolle, compensazioni, depositi tra impianti e imprese o all'interno delle stesse; interventi di mercato sul prezzo delle materie derivate riciclate; assicurazione contro i rischi di responsabilità civile dell'inquinatore) (16).

Le tasse ambientali, possono essere applicate su sostanze e tipi di inquinanti differenti con diverse modalità in rapporto agli obiettivi da raggiungere o alle difficoltà tecniche di accertamento e si distinguono essenzialmente in due tipologie: tasse sui reflui o sulle emissioni e tasse sul prodotto (17).

La tassazione ambientale trova ancora forti resistenze e voci scettiche, anche autorevoli, si sono levate in questi anni per frenare gli entusiasmi (18). La necessità di ricorrere a tale strumento si è fatta sempre più pressante anche per conseguire altri obiettivi come la modernizzazione dei sistemi fiscali, il finanziamento dei servizi collettivi, la creazione di occupazione: nel 1991 è stato istituito dall’ONU il Business Council for Sustainable Development, un'organizzazione di 48 grandi imprese internazionali che, in occasione dell'Earth Summit di Rio de Jaineiro del 1992, hanno concordato un impegno comune per lo sviluppo sostenibile (19).

Oltre un centinaio sono attualmente gli esempi di tassazione ecologica in vigore in Europa e in Italia (20). Le tasse ambientali costituiscono misure correttive che intervengono sul mercato per dare un prezzo all'uso delle risorse ambientali che altrimenti, non avendo prezzo continuerebbero a essere sfruttate in misura superiore al loro reintegro; è utile precisare che esse non si sostituiscono al mercato, ma inseriscono una valutazione monetaria dell’impatto ecologico che contribuisce alla formazione dei prezzi di prodotti, beni e servizi. Con l'ausilio di specialisti di varie discipline risulta utile stabilire gli obiettivi di abbattimento dell'inquinamento quantificabili e misurabili da raggiungere entro un certo periodo. Le tasse imposte devono pertanto essere calibrate per ottenere un dato standard di qualità ambientale e per mettere in moto un circolo virtuoso di contenimento delle emissioni che deve portare a minimizzare sempre più l'inquinamento col ricorso all'innovazione tecnologica (21).

Un valore particolare viene ad assumere il concetto di ecotassa. Si tratta di una tassa ambientale che “agisce sull'ambiente in maniera misurabile ed efficace, per esempio quando il gettito fiscale viene utilizzato per progetti ambientali” e persegue effettivamente il fine di migliorare l'ambiente, mentre viceversa alcune tasse ambientali vengono adottate per rispondere unicamente ad esigenze di bilancio.

Uno dei primi casi tra i più interessanti e nel quale è risultata provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'efficacia della fiscalità ecologica, è quello riguardante l'imposta applicata all'inquinamento delle acque dei canali, dei fiumi e dei laghi nei Paesi Bassi, introdotta nel 1970, che ha spinto le aziende inquinanti a ridurre volontariamente gli scarichi industriali, senza l'intervento di norme tecniche e amministrative e ha consentito tra il 1976 e il 1995 una riduzione compresa tra il 72 e il 99% del rilascio di cadmio, cromo, rame piombo, mercurio, nickel e zinco nelle acque gestite dalle amministrazioni regionali, iniziali beneficiarie della tassa, estesa gradualmente a tutto il patrimonio idrico nazionale.

E’ stato opportunamente osservato che “Le aziende in grado di limitare l'inquinamento con poca spesa sono probabilmente quelle che hanno preso provvedimenti in questa direzione. Alcune aziende potrebbero aver scelto di far pagare parte delle tasse ai propri clienti, alzando i prezzi e spingendoli quindi verso prodotti a più bassa intensità di inquinamento. Inoltre, la domanda di strumentazioni per il controllo delle emissioni ha incentivato i fabbricanti olandesi a sviluppare prodotti più sofisticati, innescando un processo di innovazione che nessun legislatore avrebbe mai potuto pianificare: ciò ha portato a un abbassamento dei costi e alla trasformazione del Paese in un leader mondiale di questo mercato. Di fatto, le tasse hanno perseguito la strada della minor resistenza economica - cioè dei costi più bassi - e sono riuscite a ripulire le acque della nazione” (22).

Sempre a proposito dell’inquinamento idrico hanno avuto un notevole rilevo le tasse applicate sulle vendite di fertilizzanti in Svezia nel 1982 e nel 1984: il gettito iniziale dell'imposizione è servita per finanziare sussidi all'agricoltura e successivamente sono stati finanziati programmi di educazione all'uso dei concimi chimici, col risultato che gradualmente queste tasse sono state abolite avendo ottenuto il risultato di riorientare l'agricoltura in senso ecologico (salvo la permanenza di una tassa sull'azoto, unica rimasta dal 1997 e diminuita del 10% rispetto all’aliquota iniziale).

Le tasse ambientali e il sistema dei permessi sono stati applicati in tutti i settori delle attività aventi un impatto sul territorio e sulle popolazioni vegetali, animali e umane: dalla pesca ai rifiuti, per prevenire le piogge acide e ridurre l'inquinamento atmosferico globale, per impedire lo sfruttamento eccessivo di terreni e foreste, per disincentivare la produzione di beni e oggetti inquinanti (tasse su lattine, bottiglie per bevande e imballaggi, sotto forma di cauzione per evitare la dispersione e promuovere il riutilizzo o il riciclo (23); incentivi alla rottamazione di automobili, batterie, ecc. (24); tasse sui rifiuti tossici).

Il processo di incremento o diminuzione dell'entità delle tasse è variabile in rapporto proporzionale alla gravità dei problemi ambientali che si intende alleviare. Alcune tasse sono cresciute vertiginosamente fino ad eliminare determinate sostanze (25); in altri casi, come per le emissioni da combustibili fossili, il periodo di applicazione delle tasse (in costante e graduale aumento) è necessariamente molto più lungo anche per dar tempo alle tecnologie alternative di diventare competitive e di diffondersi.

 

3.  Valutazioni su applicazioni e risultati: dalla carbon tax al road pricing

Una specifica e nota forma di intervento di politica ambientale e di tassazione energetica è rappresentata dalla carbon tax, l'imposta gravante sul consumo di combustibili fossili in proporzione alle emissioni di CO2 (26) che innesca una serie indubbia di conseguenze che favoriscono la riduzione dell'inquinamento:

Sicuramente la carbon tax è una delle misure più urgenti da applicare a livello internazionale perché mira a contenere le emissioni di anidride carbonica, enormemente aumentate nell'atmosfera e principali responsabili del surriscaldamento del Pianeta. L’introduzione di questa tassa può però presentare alcuni punti deboli che necessitano di correttivi per non ingenerare effetti negativi a livello distributivo come il rischio di colpire principalmente le fasce di popolazioni meno abbienti o risultati inferiori alle aspettative a causa della difficoltà di applicazione in una misura ottimale atta ad eguagliare il danno marginale dell'inquinamento, mentre con il ricorso ai permessi ad inquinare il prezzo si forma liberamente sul mercato.

Inoltre vi è la necessità di affrontare il problema del cambiamento climatico con provvedimenti coordinati e comuni a livello internazionali; infatti l'applicazione in un solo Stato della tassa può portare paradossalmente all'incremento globale delle emissioni e nell'immediato ad una perdita di competitività e di occupazione.

Sulla base di uno studio sugli effetti dell'applicazione di una carbon tax in Europa, Botteon e Carraro sono giunti ad alcune conclusioni importanti:

In uno studio di Lanza e Sammarco rivolto a considerare l'effetto della carbon tax in un contesto nazionale si arriva a conclusioni analoghe sulle tassazioni ambientali ed in particolare viene evidenziato che non si possono assegnare troppi obiettivi ad un unico strumento fiscale. Secondo gli autori è altresì ritenuto necessario farlo piuttosto interagire con altri provvedimenti operando un rinnovamento della politica ambientale, non più concepita come “occasionale e di emergenza” ma come fattore che investe l'intera politica economica; inoltre “l'imposta dovrebbe assumere livelli notevolmente differenti per ciascun combustibile, sulla base sia dell'intensità inquinante che dell'impatto inflazionistico del prodotto” (29).

Le tasse sulle emissioni inquinanti e quindi non solo la carbon tax, come tassazione sugli input energetici, una volta accertata l'esistenza di una relazione tra l'uso di un prodotto e l'inquinamento procurato, si giovano della possibilità di stabilire un indicatore delle emissioni, senza la necessità di operare un monitoraggio diretto sulle emissioni. Da un punto di osservazione globale del fenomeno, l'insieme delle carbon tax adottate nei vari Paesi dovrebbe costituire un complesso di misure differenziate in condizione di stabilizzare il livello delle emissioni in base a quanto stabilito dalle conferenze internazionali (30).

Vari sono stati i tentativi di introdurre una carbon tax europea applicabile ai Paesi dell’attuale Unione europea. Nel 1992 venne presentata dalla Commissione Europea, ad opera del Commissario all'Ambiente Ripa Di Meana, una proposta di direttiva che intendeva introdurre un'imposta comunitaria sulle emissioni di CO2 per stabilizzarle nel 2000 al livello del 1990; benché armonizzata e ispirata ai princìpi di neutralità e flessibilità non venne accettata dagli Stati per paura che l'Europa risultasse penalizzata rispetto agli Stati Uniti e al Giappone nella produzione industriale (31).

Il V Programma di Azione Ambientale della Comunità Europea, varato nello stesso anno, raccomandava un maggior ricorso agli strumenti economici ed in particolare alla tassazione ambientale a livello comunitario, ma non diede risultati pratici in quel contesto, sebbene nei singoli Paesi aumentasse progressivamente il ricorso a queste misure e da studi condotti dalla stessa Comunità venissero evidenziati i vantaggi per l'economia, l'ambiente e l'occupazione (32). Una nuova proposta di direttiva del 17 marzo 1997 della Commissione ad opera del Commissario Monti ha ipotizzato un sistema comune di imposizione fiscale dei prodotti energetici da applicare al momento del consumo finale e ha rappresentato un primo passo nella direzione indicata dal Libro Bianco del Presidente della Commissione Europea Jacques Delors “Crescita, competitività, occupazione” presentato al Consiglio Europeo di Bruxelles il 10-11 dicembre 1993, (noto anche come Rapporto Delors), un’opera fondamentale per orientare l'Unione Europea verso una strategia  compatibile con la salvaguardia dell’ambiente (33).

La carbon tax europea, sulla base di importanti successi in alcune aree del Continente (34), porterebbe quindi ad un elevato gettito e incoraggerebbe l'efficienza energetica con l'aumento dei prezzi dei combustibili inquinanti, la sostituzione dei combustibili (fuel switching) e l'adozione di tecnologie “pulite”, oltre a ricadute positive con la riduzione in compensazione di tasse sui redditi e sul lavoro (35).

Numerose possono essere le tasse ambientali applicabili da inserire in un quadro di riforma fiscale ecologica con esiti significativi al fine di modificare i comportamenti di produttori e consumatori e di internalizzare nel sistema dei prezzi i costi legati all'uso delle risorse energetiche: la tassa sui rifiuti urbani per incentivare il recupero e il riciclaggio e penalizzare lo smaltimento nelle discariche; l'imposta di soggiorno per includere nei prezzi la fruizione dei beni ambientali, culturali, paesaggistici e finanziarne la conservazione tramite il costo del turismo; il road pricing o pedaggio urbano come mezzo complementare e alternativo all'aumento delle imposte sui carburanti utilizzati dai mezzi di trasporto e per disincentivare l'ingresso nei centri delle città del traffico veicolare pubblico e più in generale per far fronte alle esternalità nel settore dei trasporti (36).

 

4.  Neutralità fiscale e “doppio dividendo”, incentivi all'innovazione tecnologica nature-oriented

Per impostare un’efficace riforma fiscale ecologica devono essere attentamente considerate in particolare due condizioni di fondo.

La prima consiste nell'introduzione graduale, socialmente ed ecologicamente sostenibile, delle tasse ambientali per minimizzare impatti negativi iniziali sulla competitività economica, attuando sincronicamente una politica ambientale nella quale gli strumenti economici vengano coordinanti e integrati con altri di diverso tipo e applicati tendenzialmente per un lungo periodo di tempo poggiandosi su di un vasto consenso politico e sociale.

La seconda è la cosiddetta “neutralità fiscale”, ossia il mantenimento invariato della pressione fiscale complessiva, realizzato compensando l’introduzione delle nuove tasse con la riduzione di altre forme di prelievo esistenti; in particolare in Europa viene avanzata la proposta di ridurre le imposte sul fattore lavoro per far crescere l'occupazione e incentivare le attività labour-intensive rispetto a quelle capital-intensive(37).

Di estremo rilievo è inoltre il conseguimento del “doppio dividendo”, in base al quale con le tasse ambientali si ottiene sia un guadagno in termini di miglioramento della qualità della vita e dell'ambiente procurato dalla variazione dei prezzi o dall'incremento dell'aliquota della tassa considerata, sia un ulteriore vantaggio attraverso il reimpiego del gettito addizionale ottenuto con le imposte ecologiche al fine di diminuire le imposte distorsive, responsabili dell'eccessivo carico fiscale (per esempio riducendo le imposte sul lavoro, come già ripetutamente sottolineato, ed in particolare, seguendo le indicazioni del Libro Bianco o Rapporto Delors, quelle gravanti sul lavoro non qualificato) (38) e procedendo a necessarie riforme strutturali del sistema economico, urgenti e sempre rimandate soprattutto in Italia.

Infine non si può sottacere la piena rispondenza di una riforma fiscale ecologica, legata strettamente al territorio e alla valorizzazione delle risorse ivi presenti, ad un obiettivo di federalismo fiscale (39) in rapporto al quale alcune imposte ambientali possono essere attivate autonomamente dagli enti locali per rispondere a esigenze ambientali locali, allo scopo di finanziare una politica di manutenzione e conservazione o per “coprire una riduzione dei trasferimenti statali in un'ottica di contenimento del disavanzo” (40).

Di valore non secondario rimane il ruolo del progresso tecnologico che le tasse ambientali, come si è visto, possono promuovere e incentivare insieme ad altri strumenti: a questo proposito però, vale la pena di ricordare come sia di fondamentale importanza che la tecnologia utilizzata venga considerata dalla teoria economica come variabile endogena e non più esogena in quanto “miglioramento autonomo nell'efficienza energetica”, cioè non dipendente dalle variazioni dei prezzi(41). Sostegni all'innovazione tecnologica possono essere sviluppati con l'intervento diretto di politiche pubbliche che finanzino la ricerca e lo sviluppo; queste sembrano più efficaci, nel breve periodo, delle tasse ambientali che, finalizzate ad una riconversione ecologica della produzione possono sortire probabilmente effetti di maggiore consistenza nel lungo periodo.

 

5.  Conclusioni

La fiscalità ecologica si caratterizza per lo spostamento dell’imposizione fiscale dai redditi ai consumi per migliorare le condizioni dell’ambiente e incentivare il risparmio energetico.

Tuttavia, “le tasse ambientali nella loro applicazione reale si scontrano con una serie di ostacoli che ne fanno un elemento di disturbo e di inefficienza e non un elemento di miglioramento del sistema”: sul piano macroeconomico un effetto recessivo e sul piano micro la riduzione della competitività. Pertanto è necessario che si manifesti parallelamente un’incentivazione alla modifica dei sistemi produttivi con un’au-tentica riforma fiscale “in un contesto di trasformazione strutturale del sistema impositivo che tende a trasferire il peso della tassazione del lavoro e della tassazione delle imprese nei confronti dei fattori mobili che sono l’uso delle risorse naturali e le rendite finanziarie in un quadro armonizzato” (42). Le tasse ambientali hanno forti potenzialità, ma anche limiti evidenti (funzionamento pratico da verificare sul campo, rischio - difficile da superare - di tassare in rapporto alla misurabilità più che alla nocività delle emissioni, difficoltà di funzionamento in contesti di corruzione diffusa o di dissesto economico e di livelli alti di inflazione, necessità di tempo per riorientare consumi e produzione, ruolo determinate dell’informazione (43) e soprattutto devono essere adottate con equilibrio e in un contesto più vasto e coordinato di politiche ambientali.

Nel valutare attentamente l’intertemporalità dei processi ambientali umani bisogna inoltre considerare che “nel disegno di strumenti volti a correggere le conseguenze delle esternalità ambientali è di fondamentale importanza tener conto sia del fatto che esistono legami oggettivi tra uso delle risorse naturali e esternalità ambientali, sia del fatto che è la natura dinamica di queste esternalità a creare le maggiori difficoltà. Il primo fatto pone in luce che le risorse naturali sono parte di un’ecosistema integrato in cui l’offerta e il consumo di una risorsa finiscono, direttamente o indirettamente, con l’influenzare offerta e consumo di qualche altra risorsa. Il secondo fatto ci ricorda, invece, che in generale l’uso corrente di una risorsa naturale, sia essa rinnovabile o meno, ha conseguenze non solo sugli usi futuri della stessa ma anche su quelli delle altre risorse e soprattutto sull’ambiente” (44).

Inoltre queste iniziative devono inquadrarsi in un cambiamento sostanziale degli stili dei vita, dei consumi, delle attività che non può che avvenire attraverso un processo di responsabilizzazione collettiva per avviare a livello locale e globale una profonda riforma dell’eco-nomia, dei rapporti tra Nord e Sud del mondo, per costruire una società in cui le risorse e i beni siano distribuiti più equamente e che garantisca un adeguato stock di risorse alle generazioni future, salvaguardando la qualità della vita sul Pianeta.

E’ necessario quindi porre dei limiti alla crescita quantitativa dei beni prodotti, puntando a realizzare un contesto di economia simile a quella prospettata dal celebre eco-economista Herman Daly, l’economia in “stato stazionario” che “si sviluppa ma non cresce, proprio come la Terra di cui l’economia umana è un sottosistema”; infatti, in questa prospettiva “una ricchezza sufficiente, mantenuta e allocata efficientemente, distribuita in modo equo – e non per massimizzare la produzione – costituisce il giusto fine economico” (45). Lo stesso autore ha osservato che “L’internalizzazione delle esternalità è una buona strategia per adattare ottimalmente l’allocazione di risorse, facendo sì che i prezzi relativi rappresentino, in modo più appropriato, i costi marginali sociali relativi. Ma ciò non rende il mercato capace di fissare i propri confini fisici assoluti con l’ecosistema più allargato. Per fare un’analogia: uno stivaggio appropriato distribuisce il peso nel battello in modo ottimale, così da massimizzare il carico trasportato. Ma c’è ancora un limite assoluto a quanto peso un battello possa trasportare, anche se questo è sistemato in modo ottimale. Il sistema dei prezzi può distribuire il peso regolarmente, ma a meno che non sia integrato da un limite assoluto esterno, continuerà a distribuire uniformemente il peso addizionale fino a che il battello, caricato in modo opportuno, affonda” (46).

 

Note:

(1)     Fenomeno per cui i raggi infrarossi dispersi dalla superficie terrestre a seguito dell'irraggiamento solare vengono riflessi sulla stessa a causa della presenza di un’alta concentrazione di anidride carbonica, monossido di azoto, clorofluorocarburi e metano altrimenti detti “gas serra”; fra di essi l'anidride carbonica che ad oggi, a differenza delle altre sostanze citate, non è possibile trasformare in una forma chimica meno dannosa. I rimedi consistono nel risparmio energetico operato con la limitazione dei consumi, nella sostituzione con combustibili a contenuto di carbonio inferiore e in prospettiva nell’utilizzo di fonti di energia rinnovabili meno inquinanti.

(2)     Allarmante testimonianza di un divario netto di vedute e impostazioni è il fallimento della 6° Conferenza internazionale sul clima promossa dall’ONU, svoltasi a l’Aja e appena conclusasi (novembre 2000) senza alcun accordo sulle quote di emissioni inquinanti da ridurre a causa soprattutto della contrarietà degli Stati Uniti ad assumere impegni e misure drastiche di limitazione. Per una sintetica ma esauriente trattazione sulla mutazione del clima Cfr. A. LANZA, Il cambiamento climatico, Bologna, Il Mulino, 2000; in merito alla spinta dei Paesi europei a tradurre in misure concrete il protocollo di Kyoto sottoscritto nel 1997 (e in particolare dalla Francia alla presidenza di turno del Consiglio dell’UE), si veda il testo dei Ministri dell’Ambiente di Francia e Italia, Dominique Voynet e Willer Bordon. Cfr. W. BORDON, D. VOYNET, Il pianeta a rischio tra business e gas serra, “La Repubblica”, 25 novembre 2000, p. 16. In merito alle previsioni climatiche future Cfr. l’intervista al direttore del Worldwatch Institute, Lester Brown: A. CIANCIULLO, Brown: “Ci saranno disastri e i politici si convinceranno, in “La Repubblica”, 23 novembre 2000, p. 15. Un dossier sulla Conferenza mondiale dell’Aja e presente sul sito internet www.cnnitalia.com.

(3)     “I sistemi fiscali (...), hanno tanta logica quanta ne ha la storia: cioè non si può dire che siano privi di senso, ma nemmeno che siano sensati. Tra i loro grandi fallimenti c'è il fatto che essi penalizzano troppo poco fenomeni che causano danni all'economia (come l'inquinamento), mentre colpiscono in modo grave attività economicamente positive come il lavoro e gli investimenti”, D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, Milano, Edizioni Ambiente, 1998, p. 81 (tit. orig. The Natural Wealth of Nations. Harnessing the Market for the Environment, Worldwatch Institute, Washington D. C., USA , 1998).

(4)     D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 84.

(5)     In pratica le imposte e le tasse ambientali “consentono di includere (internalizzare) nei prezzi di mercato di beni e servizi i costi esterni ambientali relativi all'inquinamento prodotto e all'eccessivo e/o indiscriminato uso di risorse ambientali non rinnovabili per la produzione dei beni e dei servizi stessi”, S. MINESTRINI, L. DE BENETTI (a cura di), Fiscalità Ambiente Sviluppo. Delega al Governo per l'introduzione di incentivi con finalità ecologiche per uno sviluppo economico sostenibile e per l'occupazione. Per una riconversione ecologica del sistema produttivo, Roma, Deputati Verdi-l'Ulivo, ottobre 1999, p. 7.

(6)     Cfr. per esempio W. BAUMOL, W. E. OATES, The Theory of Environmental Policy, Cambridge, Cambridge University Press, 1988.

(7)     D. W. PEARCE, R. K. TURNER, Economia delle risorse naturali e dell'ambiente, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 91 (tit. orig. Economics of Natural Resources and the Environment, Hemel Hampstead, Harvester and Wheatsheaf, 1989). “La società dovrebbe cominciare a tassare ciò che desidera di meno (lo spreco di risorse) e non ciò che desidera di più (come il lavoro)”. D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 83.

(8)     “L'esempio più semplice di esternalità è rappresentato dai fumi di scarico di una fabbrica che rendono meno vantaggiosa la permanenza nelle vicinanze, per esempio, di una lavanderia”, A. LANZA, Lo sviluppo sostenibile. Risorse naturali e popolazione, consumi e crescita economica: soddisfare i nostri bisogni senza compromettere la vita delle generazioni future, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 44.

(9)     D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 83.

(10)   D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 90; Cfr. A. SANDMO, Optimal Taxation in the Presence of Externalities, “Swedish Journal of Economics, vol. 77, n. 1, 1975.

(11)   D. W. PEARCE, R. K. TURNER, Economia delle risorse naturali e dell'ambiente, op. cit., p. 174.

(12)   Cfr. E. VON WEISZÄCKER, J. JESSINGHAUS, Ecological Tax Reform, London, Zed, 1992.

(13)   In un primo momento questa tassa venne applicata solo alle grandi centrali elettriche per poi essere estesa nel 1996-1997 anche ai piccoli impianti dopo la discesa dei prezzi delle apparecchiature di misurazione incentivata dalla tassa medesima.

(14)   D.M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, p. 91; sulla sulphur tax p. 104. Sulla riforma fiscale svedese articolata e complessa. Si veda anche A. MAJOCCHI, Carbon tax e riforma fiscale, “Economia delle fonti di energia”, n. 46, 1992, pp. 64-65.

(15)   Finanziamenti concessi per ottenere miglioramenti della produzione dal punto di vista ambientale che assumono  forme e utilizzo differenziato (sovvenzioni, prestiti agevolati, sgravi fiscali). In quanto erogazioni concesse dallo Stato per interventi a favore dell'ambiente, anziché imposte esigite costituiscono strumenti inversi e simmetrici alla tassazione che, d’altronde, può essere riutilizzata per concedere sussidi.

(16)   Alla fattispecie dei permessi è riconducibile, tra gli altri, il sistema dei permessi proposto dall'economista ambientale Kenneth Boulding nel 1964 (Cfr. K. BOULDING, The Meaning of the Twentieth Century, New York, Harper and Row, 1964; H. DALY, Beyond Growth: The Economics of Sustainable Development, Boston, Beacon Press, 1996), che prevede la messa all'asta da parte dello Stato di un numero di permessi ad inquinare che possono essere comprati e trasferiti da un'impresa ad un'altra. Questo sistema, adottato ad iniziare dagli anni Ottanta, svolge il compito, analogo alla tassazione ambientale di “trasformare il mercato in un servizio per l'ambiente” con la differenza che mentre esso “stabilisce l'ammontare dei danni ambientali e lascia poi che sia il mercato a stabilire il prezzo, le tasse fissano invece il prezzo, lasciando che sia il mercato a determinare le quantità corrispondenti”, D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 87. Lo stesso autore espone alcune osservazioni in merito alle critiche di molti ambientalisti che reputano moralmente inaccettabile considerare l'ambiente sotto il profilo della convenienza economica e pertanto sono contrari al sistema dei permessi e alle tassazioni. La concessione dei permessi commerciabili si è diffusa soprattutto negli Stati Uniti, mentre in Europa è stata adottata prevalentemente la tassazione quale strumento per internalizzare le esternalità. In merito ai rischi di responsabilità civile dell’inquinatore. D. W. PEARCE, R. K. TURNER, Economia delle risorse naturali e dell'ambiente, op. cit., tab. 11.1, p. 175.

(17)   Le prime possono essere applicate sulla quantità e/o qualità della stessa, oppure a scopo di incentivo senza restituzione al soggetto inquinante, o ancora a fini distributivi con restituzione sotto forma di sussidio per nuovi sistemi di controllo dell'inquinamento e infine in funzione dell’uso o del costo del trattamento pubblico dei reflui. Le altre costituiscono imposte in aggiunta al prezzo dei prodotti inquinanti in rapporto al valore di nocività o all'impiego di sostanze tossiche, oppure in base alla presenza di inquinanti difficili da eliminare. Cfr. D. W. PEARCE, R. K. TURNER, Economia delle risorse naturali e dell'ambiente, op. cit.

(18)   A titolo esemplificativo si riporta il parere dell'economista liberista W.D. Nordhaus dell'Università di Yale negli Stati Uniti: nel 1991 lo studioso affermava che lasciando fare al mercato e senza alcun costo in 10-20 anni le emissioni di gas da effetto serra sarebbero diminuite fino al 40%, mentre prelievi fiscali o meccanismi normativi le avrebbero potuto ridurre complessivamente del solo 10%; citato in I. LIPPOLIS, Ecologia futuro del pianeta, Roma, Sapere 2000, 1994, p. 147.

(19)   S. SCHMIDHEINY - Business Council for Sustainable Development, Cambiare rotta, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 39, cit. in I. LIPPOLIS, Ecologia futuro del pianeta, op. cit., p. 148.

(20)   Cfr. OCSE, Economic Instruments for Environmental Protection, Paris, 1989.

(21)   “Quando nella contabilità delle industrie inquinanti si dovranno calcolare i costi dei danni ambientali di cui si è causa, ci sarà un atteggiamento più attento agli interessi dell'intera società”, D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 84.

(22)   D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 85.

(23)   In Finlandia, mediante cauzione si è raggiunta la restituzione del 90% dei contenitori di bevande, in Norvegia di una quota tra il 70% e il 90%, nei Paesi Bassi dell'80% e si applica anche sui contenitori in poliestere. Inoltre,una cauzione su macchine da rottamare ha permesso, dal 1978 in Norvegia, ha permesso un'efficace restituzione fino al 99% del parco macchine interessato. I. LIPPOLIS, Ecologia futuro del pianeta, op. cit., p. 149.

(24)   Per un prospetto generale indicativo della varietà di applicazioni e di settori coinvolti in vari Paesi del mondo. D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., tab. 10.1 “Esperienze in atto di tassazioni ambientali e di sistemi di permessi”, p. 103.

(25)   “Nel 1990 il Congresso degli Stati Uniti ha quantificato la tassa sui clorofluorocarburi (CFC) in 3,02 dollari al chilogrammo (stabilendo oneri non dissimili anche su altre sostanze «mangia-ozono»); gradualmente, è poi arrivato a quadruplicarla (11,80 dollari/kg) finché, sei anni più tardi, i CFC sono stati definitivamente eliminati. La crescita della tassa è stata facilitata dall'urgenza del problema ozono e dalla crescente reperibilità dei prodotti alternativi ai CFC”, D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 89.

(26)   Le emissioni di anidride carbonica provengono dalla combustione di combustibili solidi, prodotti petroliferi e gas naturale e variano in relazione al tipo di combustibile: “Il carbone è più inquinante del petrolio e quest'ultimo è più inquinante del gas. La tassa più elevata dovrebbe essere, quindi, imposta sul carbone e la meno elevata sul gas”, D. W. PEARCE (a cura di), Un'economia verde per il pianeta, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 54 (tit. orig. Blueprint 2: Greening the World Economy, London, Earthscan Publications, 1991), con scheda 1 (Coefficienti di emissione media di CO2 in relazione al tipo combustibile - fonte: J. EDMONDS, J. REILLY, Global Energy and CO2 to the year 2050, in “Energy Journal”, n. 4, pp. 21-47, 1983).

(27)   M. BOTTEON, C. CARRARO, Struttura ed effetti di una carbon tax europea, in MUSU I. (a cura di), Economia e ambiente, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 197-198.

(28)   M. BOTTEON, C. CARRARO, Struttura ed effetti di una carbon tax europea, in MUSU I. (a cura di), Economia e ambiente, op. cit., pp. 215-217.

(29)   A. LANZA, G. SANMARCO, Strumenti per la politica ambientale: il caso della carbon tax in Italia, in MUSU I. (a cura di), Economia e ambiente, op. cit., pp. 222-223.

(30)   Nel giugno 1988 alla Conferenza di Toronto in Canada, 48 Paesi hanno raggiunto un accordo per una riduzione del 20% delle emissioni di CO2 nel 2025 rispetto al livello del 1988; nel dicembre 1997 col Protocollo di Kyoto è stato assunto l'impegno, da parte dei firmatari (Paesi industrializzati, dell'Europa dell'Est e Comunità degli Stati Indipendenti, cioè l'ex URSS con esclusione dei Paesi in via di sviluppo che però sono in fase di crescita industriale e dove le emissioni rischiano di crescere notevolmente) di ridurre le emissioni di gas serra del 5,4% rispetto ai livelli del 1990 entro gli anni 2008-2012. Le previsioni non sono comunque rosee: le emissioni di CO2 da fonti energetiche in uno scenario di non intervento nei Paesi che non aderiscono al Protocollo cresceranno del 114% rispetto al 1990 nel 2010 (saranno cioè più che raddoppiate); in quelli che invece vi aderiscono, senza interventi aumenterebbero del 17%. IEA (International Energy Agency), World Energy Outlook, Paris, IEA-OECD, 1998, p. 53) e M.R. VIRDIS, SOS tecnologia, in “Equilibri”, anno III, n. 2, agosto 1999, pp. 197-204.

(31)   Per una disamina specifica sull'argomento si veda A. MAJOCCHI, Carbon tax e riforma fiscale, op. cit., p. 63.

(32)   Un'ulteriore proposta della Commissione del 1995 per introdurre entro il 2000 una carbon tax lasciando a ogni Paese la libertà di scegliere aliquote e tempi di applicazione trovò comunque ostacoli. Cfr. A. MAJOCCHI, La tassazione ambientale nella prospettiva del Documento di Previsione Economica e Finanziaria, in S. MINESTRINI, L. DE BENETTI (a cura di), Fiscalità Ambiente Sviluppo. Delega al Governo per l'introduzione di incentivi con finalità ecologiche per uno sviluppo economico sostenibile e per l'occupazione. Per una riconversione ecologica del sistema produttivo, op. cit., pp. 8-9; W. SACHS, R. LOSKE, M. LINZ (a cura di) - Wuppertal Institut, Futuro sostenibile. Riconversione ecologica Nord-Sud. Nuovi stili di vita, Bologna, Editrice Missionaria Italiana, 1998, (scheda di cambiamento 6: Riforma fiscale ecologica), pp. 155-157.

(33)   COMMISSIONE EUROPEA, Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere nel XXI secolo. Le grandi linee della politica europea a sostegno dell'occupazione, Milano, Il Saggiatore, 1994, cap. X (Riflessioni su un nuovo modello di sviluppo per la Comunità): “E' necessario che la Comunità analizzi come promuovere la crescita economica in condizioni sostenibili, in modo cioè che comporti una maggiore intensità di energia e un minor consumo di risorse naturali”, p. 298. Un riferimento specifico alla carbon tax, è contenuto nelle pp. 305-306 dello stesso testo.

(34)   “Negli anni Novanta si è arrivati a una svolta della fiscalità ambientale grazie alla tassazione delle emissioni di carbonio, cui hanno aderito cinque nazioni: Danimarca, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia. Purtroppo sono state esentate dalla tassazione – parzialmente o interamente – proprio le aziende  a più alta intensità di emissioni, come le acciaierie, cosa che ha decisamente smorzato l’effetto dell’imposizione. Comunque la Norvegia si aggira su una diminuzione di emissioni del 3-4%, la Svezia del 2-3%”, D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., p. 106.

(35)   Alcune proposte sono contenute in A. MAJOCCHI, La tassazione ambientale nella prospettiva del Documento di Previsione Economica e Finanziaria, op. cit., pp. 8-9; A. MAJOCCHI, Verso un modello di sviluppo sostenibile nel quadro europeo, in F. CITTERIO, L. VACCARO (a cura di), Quale federalismo per quale Europa. Il contributo della tradizione cristiana, Brescia, Morcelliana, 1996, pp. 447-458.

(36)   Per approfondimenti si rinvia a A. MAJOCCHI, La tassazione ambientale nella prospettiva del Documento di Previsione Economica e Finanziaria, op. cit., pp. 10-17; a proposito del road pricing per una semplice e chiara esposizione si rimanda al seguente saggio: E. MARCUCCI, Tassa di respirazione, in “Equilibri”, anno III, n. 1, aprile 1999 (numero dedicato ai trasporti), pp. 55-63.

(37)   Onde scongiurare ripercussioni negative sulla competitività e per influenzare “i nuovi investimenti ma non le merci già prodotte” viene suggerita una serie di azioni utili: “l'esenzione per processi ad alta intensità di energia; aggiustamenti dei dazi doganali attraverso l'applicazione di un'imposta non discriminatoria sui prodotti importati (prodotti all'estero con alta intensità di energia); soglie di esenzione fiscale per bassi consumi; un riaggiustamento fiscale, ad esempio attraverso la riduzione di altre imposte; un'armonizzazione internazionale; la riforma delle disposizioni sul costo dell'energia nella tassazione sugli affari, in modo da dare un incentivo alla riduzione del consumo energetico”, W. SACHS, R. LOSKE, M. LINZ (a cura di), op. cit., pp. 153-154.

(38)   A. MAJOCCHI, La tassazione ambientale nella prospettiva del Documento di Previsione Economica e Finanziaria, op. cit., p. 15. “Le imposte sull'inquinamento hanno dunque un'importante attrattiva: esse consentono non soltanto di tutelare l'ambiente, ma possono inoltre sostituire vantaggiosamente altre fonti di reddito che danneggiano l'economia”, W. E. OATES, Taxing Pollution: An Idea Whose Time Has Come?, in “Resources”, primavera 1988, p. 91, cit. in  E. GERELLI, Società post-industriale e ambiente”, (10. La riforma tributaria ecologica), pp. 126-131. Su di una proposta di “riforma ecologica del sistema contributivo” proposta dai giovani imprenditori tedeschi, apprezzata dai molti Grünen (Verdi). F. BOCHOLTZ, Germania. La riforma verde dei giovani imprenditori, “L’Unità”, 30 agosto 1993, p. 2, op. cit. in C. RAVAIOLI, La crescita fredda. Occasione storica per la sinistra, Roma, Datanews, 1995, pp. 119-120 e l’intero capitolo IX “Una politica rosso-verde”, pp. 113-122.

(39)   W. E. OATES, Environmental Federalism and European Union: Some Reflections, in “The European Union Review”, vol. 3, n. 2, July 1998, pp. 7-15.

(40)   A. MAJOCCHI, La tassazione ambientale nella prospettiva del Documento di Previsione Economica e Finanziaria, op. cit., p. 15.

(41)   Per una trattazione di quest'argomento si veda M.R. VIRDIS, SOS tecnologia, op. cit., pp. 197-204.

(42)   A. MAJOCCHI, Intervento al Convegno “Fiscalità ambientale e sviluppo sostenibile per un welfare ecologico”, 30 giugno 1998 in S. MINESTRINI, L. DE BENETTI (a cura di), op. cit., pp. 94-102.

(43)    D. M. ROODMAN, La ricchezza naturale delle nazioni. Come orientare il mercato a favore dell'ambiente, op. cit., cap. 10 “I limiti e il potenziale delle tasse ambientali”, pp. 98-106.

(44)     S. ZAMAGNI, Esternalità intertemporali, tasso sociale di sconto e sviluppo sostenibile, in E. Tiezzi (a cura di), Ecologia e…, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 219.

(45)    Citazione tratta da N. MARCHETTINI, Eco-eco, in “Oikos”, n. 1, 1997, p. 98.

(46)    Cfr. N. MARCHETTINI, Eco-eco, op. cit., p. 97. Si veda anche H. E. DALY, J. B. COBB, For The Common Good, Boston , Beacon Press, 1989.

 

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